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05DomenicaTO-Giovanni_Nicolini-20090208.mp3

Data: 08/02/2009

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

Riprendo un momento la parola da quello che dicevo all'inizio della Messa, circa il desiderio che le scritture di oggi esprimono sul fatto che prendiamo atto appunto di essere parte di una umanità ferita. Oggi sono con noi anche Lorenzo e Andrea che vengono da Gerusalemme e che nei giorni scorsi hanno visitato il grande dramma della città di Garza. Ieri sono tornate alcune mie sorelle dall'Africa e quindi da quelle valli di terribile povertà e di malattia dove sembrano dominare delle leggi di morte. E quindi certo a livello generale la cronaca di ogni giorno, l'eco delle voci, è conferma semplice circa il fatto che certo la strada delle nazioni è in ogni modo affaticata. Ma questa fatica non è solo della storia, fa parte proprio della sostanza umana. Molte volte nel nostro incontro domenicale sfioriamo questo mistero del male, forse ne abbiamo anche un po' paura, ci ritraiamo rapidamente. Certo è che si tratta di un mistero grande, forse il più grande, perché in fondo il mistero di Dio, la grande filosofia medievale l'ha trovato per vie positive, se c'è questa cosa bella vuol dire che qualcuno l'ha fatta e via e via. Ma invece il mistero del male, il mistero del dolore, questo è un mistero che si pone e si impone apparentemente senza spiegazioni. Altre volte mi sembra di avere detto che appunto anche Dio non lo spiega. Vi ho anche detto che qualche volta ho pensato che neanche lui lo sappia perché c'è questo male. Quello che sappiamo con certezza e che sperimentiamo nella nostra vita è però in ogni caso la volontà sua, la volontà preoccupata di Dio di occuparsi del nostro male e quindi di intervenire. I nostri padri ebrei conoscono Dio sostanzialmente come colui che li libera dal male. Gesù ci ha insegnato nella preghiera a nostro padre di chiedergli come ultima invocazione, come ultima grande richiesta di essere liberati dal male. È una condizione che avvolge l'umanità. Oggi il testo del libro di Giove, che è un testo secondo me difficile, che io ricordo sempre con un certo spavento perché 40 anni fa Don Giuseppe mi costrise a partecipare alla liturgia della parola che si faceva il sabato sera nella pazia di Monteviglio, proprio commentando questo testo che mi preoccupò molto, ma nella sua sostanza invece poi è abbastanza semplice perché vuole descrivere la condizione umana di ogni persona in rapporto al problema del tempo. E sostanzialmente dice che quando stai male e quando sei nel patimento e nel dolore il tempo non passa mai, come certe notti insonni. E poi quando invece considerata la tua vita ti volgi indietro scopri che in un istante sei già svolta tutta e sei alla fine. Quindi questo rapporto difficile col tempo vuole in qualche modo descrivere una esistenza umana tutta raccolta in qualche modo nel dramma. E da molti anni sono molto affezionato a questa espressione del Vangelo secondo Marco che oggi abbiamo ascoltato. Un'osservazione molto curiosa perché la faccenda si svolge a Caparna o lui è entrato nella casa di Simone, di Pietro, e ha alzato dalla sua malattia quella donna. La sera dice il racconto evangelico che gli portano davanti alla porta tutti quelli che sono malati, afflitti, demoniati, prigionieri di qualche disgrazia, di qualche sventura. E li riportano tutti. La conclusione, anche un po' strana grammaticalmente, è che tutta la città quindi è davanti a lui. Non dice chi sono i portatori, però forse i portatori devono essere anche portati, fatto sta che se tutti quelli che hanno ferite, infermità e dolore vengono portati davanti alla porta di Gesù, tutta la città è davanti alla porta di Gesù. È un'immagine che appunto promuove insomma quello che anche tentavo di dire all'inizio della messa. Noi chi siamo? Siamo appunto un gruppo di persone che sono venute qui, sono state portate qui, e sarebbe anche interessante che ognuno potesse raccontare come è stato portato qui, da chi è stato portato, perché nessuno probabilmente potrebbe dire che c'è arrivato perché ha capito tutto, perché ha deciso tutto. Per fortuna c'è sempre qualcuno, qualche cosa che ci porta. Ebbene siamo stati portati qui perché tutti abbiamo bisogno di essere salvati. C'è una varietà molto ampia, come voi sapete, delle ferite della storia e delle persone, sapete anche che con sapienza straordinaria Dio non fa una distinzione che noi continuamente facciamo, anche con molta crudeltà, tra male e male. Per lui il male di un tumore al cervello e il male della cattiveria è la stessa cosa, è sempre un male. Il male di un amore grandissimo perduto e il male di una paura che ci impedisce di affrontare certi passaggi della nostra vita è sempre male. E quindi non fa quella distinzione spesso così pericolosa per cui noi assoldiamo certi mali e su tanti altri mali invece imperversiamo perché sempre ci deve essere il colpevole e la colpa. Invece vedete, siccome il male è una cosa più grossa di noi, si deve arrivare a pensare, almeno io mi permetto di suggerirvelo, poi prendete voi le vostre misure forse più sapenti delle mie, che in qualche modo c'è un'innocenza del peccatore e anche il peccatore alla fine è un innocente perché il peccatore è una persona aggredita e invasa da qualche cosa di negativo che è più grande di lui. Si capisce che in tutto questo noi avvertiamo una nostra responsabilità invece più grande. Perché? È perché abbiamo ricevuto dei regali. E quindi l'invito del Signore qual è? Non è quello di non fare i peccati, ma è quello di rimanere attaccati ai regali. Quando lui dice rimanete in me e io in voi, lui ci propone una specie di alleanza, di affetto, di comunione, di simbiosi, diciamo, tra noi e lui, che evidentemente ci custodisce della luce. Ma quando in ogni caso noi consideriamo una persona dentro al suo dramma, lo riconosciamo vittima del dramma. È esasperante, no, questo ritmo delle sapienze del mondo che hanno sempre bisogno di accusare e che pensano di fare giustizia quando finalmente si punisce il colpevole. Ma quando si punisce il colpevole non si raggiunge che una giustizia limitatissima e quasi sempre crudele perché si pensa appunto di aggiustare il male con un altro male. Tu hai fatto del male, allora ti faccio pagare con un altro male. Ed è tremendo, no? Certe volte saltano su, non so, i parenti della vittima a dire che vogliono giustizia perché non si è fatto abbastanza male al colpevole. Grazie a Dio invece la giustizia di Dio è una cosa diversa perché lui è venuto a trasformare in bene ciò che è male. È venuto soprattutto a strappare via i suoi figli, i suoi amici. È vero, dalle cose che li tengono prigionieri per indirizzarli in una strada di bene. Anche noi siamo venuti qui questa mattina senza forse che in questo momento bisogna che nessuno ci accusi. Ci accusiamo benissimo noi, ma per noi già l'accusarci è un atto di riposo perché è difficilissimo nella vita poter trovare qualcuno su cui poter appoggiare la propria pena e il proprio pianto. E invece qui si comincia così, no? Ci si saluta e poi ognuno, è vero, nell'intimo del suo cuore e con qualche formula espressa depone nel cuore del padre tutto quello che lo tiene in galera, che lo tiene nella ferita, che ne lo tiene nella tristezza, che è la sua catena. E questa catena è anche il male che tu puoi aver fatto, certo, perché non c'è peggiore catena che la memoria ferita e la tua coscienza, è vero, pervasa di drammaticità perché qualche cosa di male è stato fatto. Hai l'impressione che purtroppo il male fatto non ci sia più niente da fare, è fatto. E quindi combinato una cosa negativa sei finito, perché ormai è fatto il tempo in casa e quello resta là. In quel momento hai fatto questo. E questo neanche questo è vero, no? Voi sapete, perché la potenza della misericordia di Dio è tale che ci riporta sempre alla possibilità dell'origine, dell'inizio, del principio. E quindi ci strappa via dalla morte e ci ributta nella vita e questa è la dinamica incessante dell'azione di Dio per noi. E' per questo che tutta la città, dice il Vangelo, è davanti a lui. E l'opera che lui compie è sostanzialmente l'opera della Pasqua, no? Ormai anche questo l'abbiamo orecchiato bene. Per cui quando entriamo con Gesù nella casa di Pietro, dove notate anche la graziosità del testo, no? Lui è uscito dalla sinagoga e va verso la casa di Pietro e intanto gli parlano di questa donna malata. E' il nostro affetto che ci lega l'uno all'altro così profondamente, ci va a parlare al Signore, di dire ma ti sei accorto che ti sei accorto di questo? C'è anche questo. E la nostra preghiera l'uno per l'altro è la maniera più immediata del nostro affetto reciproco, no? Perché conosciamo la tua ferita e quindi desideriamo parlarne al Signore. Il Signore entra nella casa di Pietro, questa donna non sta bene, sta male, è distesa, lui la prende e la alza. Questa parola che dice che lui la prende e la alza è la parola della risurrezione. Perché? Perché sempre è risurrezione, sempre è risurrezione. È risurrezione dalla nostra tristezza come dai nostri sentimenti cattivi. È risurrezione perché siamo strappati via da un demone di invidia o di gelosia che ci incatena e ci isola. Ed è un mistero e una potenza di risurrezione perché il Signore può, fa vedere che può risuscitare tutto, dalla morte alla vita. E quindi questo è sempre. È sempre. E allora tutta la storia dell'umanità, capite? Se noi entriamo nel mistero bellissimo di questa Domenica, cambia volto perché assume lo sguardo della compassione di Dio. Noi la Domenica che cosa celebriamo? Celebriamo la bellezza di questo sguardo di Dio che si posa amorevole su tutta l'umanità. Non certamente su noi e basta, no? Noi desideriamo qui rappresentare tutta l'umanità. Però a partire da tutte le persone che ci portiamo a messa, no? Perché affollano il nostro cuore, il nostro pensiero, la nostra memoria, la nostra ansia, la nostra gioia. Quindi ci portiamo già a messa un sacco di gente. Ma poi in ogni caso la messa è, se è, un fatto universale. E quindi nella piccolezza della nostra assemblea domenicale, qui Dio bacia l'umanità intera. E in fondo anche la diversità delle nostre situazioni, delle nostre età, delle nostre psicologie, delle nostre tradizioni culturali, vuole essere semplicemente il segno di un'umanità che va bene oltre di noi. E quindi noi siamo qui a chiedere e a ricevere il bacio della misericordia di Dio a nome di tutta l'umanità. Per cui in realtà non possiamo celebrare in pace di coscienza la messa, se di fatto nel nostro cuore eslugiamo qualcuno. E questo non è possibile, no? Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri venditori. È una condizione assoluta. È l'unica condizione per avere contatto con Dio. Altre religioni hanno dei processi molto delicati, molto lunghi, prima di poter arrivare al cospetto della divinità. L'ebraismo e il cristianesimo, l'ebraismo ha un po' più di purificazioni. Ma il cristianesimo nulla, nulla. No, così come sei, va bene. C'è una sola cosa, ricordate, no? C'è una sola cosa che ti impedisce la preghiera e quindi la partecipazione alla gioia di questa assemblea. E cioè se c'è qualcuno che ha qualche cosa contro di te, allora sta attento, devi deporre l'offerta, andare a far pace e poi ritorna. Adesso non scappiamo tutti. Bene? Ci andiamo subito dopo. Però lo dico per segnalare, no? La bellezza e nello stesso tempo la preoccupazione di Dio. Perché vedete, Dio in questo momento guarda con affetto la nostra assemblea e quando ci dice ci siete tutti, vero? Vuole proprio che ci siamo tutti. Allora perché ci siamo tutti? Una mia vecchia amica mi scriveva, ma tu riesci a dire una messa per tutti? E una messa di tutti? E non lo so se ci riesco. Probabilmente ho anch'io tante esclusioni dentro di me. Tanti rifiuti, tante fughe, certamente. E però la domanda che ci pone l'Eucaristia del Signore è incaltante in questo senso. Ci siete tutti? Perché a quella messa c'era anche il traditore. E anche quel traditore, lui ha lavato i piedi. Ci siete tutti? E quando si è posto il problema del traditore, uno di voi mi tradirà. In modo sublime la memoria evangelica, ci dice una cosa molto semplice. Che ognuno di noi dice, ma sono forse io Signore? Perché nessuno può avere certezza di sé. Perché siamo tutti qui come persone povere e ferite, fragili e impaurite. Che troppe volte per l'orgoglio della vita, per la superbia, per la superficialità, per la violenza delle passioni, hanno combinato dei guai. Chi può essere sicuro? Sono forse io Signore. E questo, vedete, ci dà la possibilità di un tutti, che non esclude proprio nessuno. Siamo tutti qui. Ecco, e in questo incontro, dunque, con la misericordia di Dio, e con questa vivacità dell'azione di salvezza di nostro Padre, nasce effettivamente un'ipotesi nuova anche delle relazioni fra di noi, anche delle grandi vicende dell'umanità. E mi è sembrato di vedere che Paolo, ancora una volta, no? Il testo della seconda lettura dovrebbe andare per conto suo, ma la parola di Dio è così unita che poi invece viene sempre necessariamente a visitare. In fondo lo fa in termini espliciti, perché dice, se sono così le cose, adesso non c'è che una energia da liberare, ed è il Vangelo. Perché il Vangelo è quella potenza, quella sapienza di parola che fa diventare tutto amore di Dio, tutta occasione dell'amore di Dio. Tutta possibilità di intervento è vero da parte di Dio. E Paolo dà quel consiglio essenziale a coloro che credono in un Dio che si è fatto carne. Perché dice che allora però, se te vuoi fare qualche cosa e vuoi portare il Vangelo, devi però farti giudeo con i giudei, greco con i greci, con la legge e con quelli che hanno la legge, senza la legge con quelli che non hanno la legge, è vero? Perché? Perché Dio ha fatto così. Perché Dio ha annientato se stesso. E si è fatto schiavo e obbediente fino alla croce, proprio perché doveva inseguire l'ultimo e il più piccolo dei suoi figli. Si è fatto tutto a tutti. E Paolo conclude, e questo lo faccio per il Vangelo. Perché? Perché bisogna che il Vangelo possa arrivare a tutti, perché Dio vuole la salvezza di tutti. Come Paolo scrive al suo discepolo Tito, in un tratto bellissimo della sua lettera. E' vero, io credo che Dio voglia la salvezza di tutta l'umanità. E' questo il cuore della nostra fede. Per cui non ci può essere, capite, una messa patriotica, una messa distinta, ma in fondo non ha senso neanche una messa di categoria, insomma, no? L'Eucaristia è il nuovo respiro dell'umanità. E questi criteri diventano in qualche modo delle sapienze di un'azione nuova anche fra di noi. Innanzitutto la gratuità. Innanzitutto la gratuità. Che in termini banali potrebbero essere questo. Tu Giovanni non crederai mica di dire queste quattro cosette, è vero, perché gli altri poi ci vadino. No, no, no, no. Certo di darle così gratuitamente. E' vero? E in tutto quello che tu fai, se tu ci metti dentro la gratuità, ti liberi, no? In maniera meravigliosa. E' vero? Dici, ma lo fai per dovere? No, no, no, no, per piacere lo faccio. Lo faccio per piacere. Ma lo fai perché vuoi meritarti il paradiso? No, no, no, no, no. Lo faccio perché così il paradiso è già qui adesso. No? E' vero? E quindi la gratuità diventa in qualche modo la suprema libertà dei figli di Dio. Capisci? Dove il Vangelo è pura bellezza e quindi è pura comunicazione. E' slancio di dono. E' insopportabile pensare che ci sia qualcuno di escluso dal regalo che Dio a me ha fatto. E poi c'è appunto questa bellissima sfida della storia che è quello di entrare nella condizione dell'altro, di entrare nell'altro, di farti l'altro. E' vero? Perché? Perché al momento di Babele a Dio non è piaciuto quel modo di mettersi insieme, è troppo imperiale, no? Un'unica roba, parliamo tutti la stessa lingua, abbiamo tutti un'unica tecnica, adesso teniamo su tutti una torre che va fino a Cielo. E' vero? Perché? Perché l'esperienza che Dio ha dell'amore è quella dell'amore per il diverso. Perché vuol bene a noi che da Dio siamo diversissimi. E' vero? E lui però conosce bene l'amore per questa diversità. Perché ha dovuto fare una cosa che tutti gli altri dei non fanno. E' vero? Cioè ha dovuto imparare a piegarsi. Ha dovuto imparare a piegarsi perché noi siamo diversi. Sotto là siamo piccolini, siamo feriti, siamo lungo la strada. E' vero? E quindi ha dovuto imparare a fermarsi. Ricorderete com'è bello quel passaggio mirabile dell'ultimo tratto di strada che il Signore prende quando lasciando la città di Gerico, prende la salita per andare per la sua ultima Pasqua a Gerusalemme. E c'è un poveretto, un cieco mendicante sulla strada che grida che il figlio di Davide abbia pietà di lui. Ma la gente lo sgrida, zitto, zitto, è già partito il corteo, c'è l'ultimo viaggio, c'è altro da pensare. Sta buono, ci vedremo la prossima volta. E lui però grida più forte. E Dio lo sente. Cioè Gesù lo sente. E si ferma. Questo arrestarsi di Dio, capite, è fondamentale nell'esperienza del mondo e nella vita delle nazioni. Perché noi non abbiamo un Dio che, capite, o è là in fondo o in ogni caso va tranquillo perché tanto bisogna andare. Siccome ci sei tu che gridi, lui si ferma. E che cosa vuoi? E dice voglio vederci. Allora lui gli regala la luce nuova e poi gli dice buona va a casa tua. E il testo però ci dice che quello lì non riesce più ad andare a casa sua. Perché la luce che ha avuto è la luce che lo collega a questo maestro strano che ha incontrato alla periferia di Gerico. E il testo dice che poi gli va dietro anche lui a far Pasqua insieme per un cammino nuovo. Ecco. Allora tutto questo ci dice, no? Un nuovo modo, un nuovo atteggiamento. Questo amore per la diversità. Questa attenzione per il diverso. E questo imparare in qualche modo a chinarsi. Ovviamente tra l'altro reciprocamente. Gli uni sugli altri. E anche noi stiamo facendo questa esperienza anche nel nostro paese, anche nella nostra vita di tutti i giorni. Nella nostra stessa cultura, no? Che per alcuni aspetti viene sconvolta. Perché molte cose di prima non si vengono più. E allora si potrebbe concludere o in un grande dramma, o in una grande condanna, o in una grande nostalgia. E invece si può tradurre nel coraggio della storia. Cioè nel capire che ancora una volta il Signore ci invita a muovere le tende della nostra vita per un tratto nuovo di cammino. E' vero. Per cui in realtà anche la prova più severa c'è per essere grembo di una novità ulteriore. Prova a pensare a questo sul guaio che questa mattina ti sei portato nello stomaco venendo qui alla chiesa della doccia per la messa. Prova a pensarlo come un grembo. Forse da lì deve generare qualche cosa di nuovo. Deve generare qualche cosa di bello. Non pensarlo mai più come una morte che non si può risolverla. Pensa alla morte del Cristo come grembo della sua risurrezione. Pensa quindi a questa sua potenza che ormai è diventata la sapienza nuova del mondo. La sapienza nuova per il bene di tutta l'umanità. Prova quindi a entrare con fiducia. Anche nella piega più difficile della storia tua o di chi ti è vicino o del mondo. Per vedere come si fa. Come si fa a alzarla in piedi. Si parla molto di una donna in questi giorni sul giornale. Io l'ho collegata semplicemente siccome non ho voglia di dire niente di questa faccenda. Finché non si arriva a una fine che sarà sicuramente in ogni modo molto triste. L'ho avvicinata a questa donna qua. Perché mi sembra che il problema per questa donna del Vangelo, per quella di cui parlano i giornali, e per ognuno di noi, il vero interrogativo è quello di chiedersi ma adesso come possiamo parlare di lei al Signore? Perché lui la prende per la mano e la rialza. E lei invece di stare giù possa finalmente di nuovo essere a cantare la sua gloria. E' lì l'enigma della storia, il vero problema, la prospettiva è questa. Chi riesce e lui come può entrare alla sua presenza e rialzarla. Non è un problema quindi esclusivamente etico, di regola, che si può fare questo o non si può fare questo, cosa si può fare o non si può fare. Il problema è che noi siamo i responsabili di un avvenimento. E' per questo che la comunità ecclesiale non può assolutamente pensare di limitarsi a ricordare delle norme o addirittura a crearne di nuove, perché quando i fatti della vita sono molto complessi si inventano anche delle nuove norme, mica sempre poi così sicure. Ma in ogni modo non è quello il compito. Il compito degli amici di Gesù è quello di promuovere l'avvenimento che li ha salvati per queste nuove vicende della storia, per queste nuove sfide che ogni giorno vengono. Dunque, com'è risurrezione lì? E questo te lo chiedi per un ragazzo che fa fatica a scuola? Te lo chiedi per un tuo amico che ha avuto un esame difficile, è vero dire, sposto dall'ospedale Sant'Orsola? Ti chiedi per uno che è rimasto solo come un cane e che nessuno vuole? E te lo chiedi per ciascuno e per tutti. Ma lì com'è la Pasqua? Perché la nostra è sapienza di Pasqua, e quindi non tanto come qualcosa che si deve o non si deve fare, ma come qualcosa che deve avvenire, come una porta che tu devi aprire. Dice che tutta la città di Cafarnao era davanti a quella porta. È vero. E le porte sono spesso chiuse, ma invece, da quando Gesù ha detto sono io la porta, e quindi per me si passa, e si trovano pascoli nuovi e cammini nuovi, è la grande sfida della storia per noi. È quello di trovare per tutti questo passaggio dalla morte alla vita, che è il segreto nuovo che Dio è venuto a regalare. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie.