Sì, come vi accennavo all'inizio della Messa, mi è sembrata sempre più importante, nei giorni che sono passati, la figura di questo mendicante cecco. Sono stati per me anche settimane di evocazione del Concilio Ecumenico per questi 50 anni, poi iniziato questo anno della fede, in tutto mi ha sempre più convinto, il passato, il futuro, il presente, che dobbiamo riscoprire questa figura del povero. È un'impresa praticamente impossibile, perché tutta la nostra vita è costruita nell'altra direzione. Quindi è una cosa buona essere a posto, essere buoni, essere bravi, essere intelligenti, fare un po' di carriera, avere quanto basta per campare, magari anche un po' di più. Viviamo anche in una sottocultura drammatica, dove vedete come persino una giurisprudenza piuttosto buona come la nostra non riesce a impedire dei fatti anche clamorosi di staccataggine, della ricchezza, della ricchezza, del potere, della prevalicazione. E anche in fondo, anche noi, anche noi siamo un po' così, istintivamente siamo così. ho sempre un rapporto difficile con tante cose che ci confrontano con Gesù e che però ci fanno vedere, non che siamo lontani, questo sarebbe poco male, ma che facciamo una strada rovesciata. Anche in questo momento è così come siamo. Questo modo un po' strano con il quale io sono vestito. Che cosa vuol dire? E se vuol dire qualche cosa, il modo come io sono vestito, perché la liturgia mi costringerà a ripetere come mie le parole di Gesù. E forse bisognerebbe che fosse un vestito diverso. Il vestito del più povero, il vestito del condannato amore, il vestito del condannato, perché lui che cosa ha fatto? E' venuto in mezzo a noi a prendere l'ultimo posto. E invece c'è questo istinto che equipara Dio a un grande imperatore, a un grande signore, a un grande onnipotente. E per cui sempre poi l'altare e il trono si avvicinano moltissimo tra di loro e si intrecciano. E si dice che questo Dio è onnipotente. Ma perché è onnipotente? in che modo è onnipotente? È onnipotente per la sua potenza di volerci bene. Ah, quello lì è potentissimo. Per cui anche se tu non gli vuoi bene, lui ti vuole bene. Se c'è qualcuno che non si è esistito, lui gli vuole bene. Se c'è molta gente che non ha mai neanche si è esistito nominare, lui gli vuole bene. E' potentissimo nel voler bene. E ogni parola sua è per voler bene, ogni azione sua è per voler bene. Al punto che ha deciso di prendere la nostra stessa vita di diventare uno di noi, Dio, proprio da mattina, Dio è diventato uno di noi, è diventato Gesù, il figlio del palegname, ma alla fine si è messo in una strada pericolosa. Ed è stato ucciso. È diventato un ultimo di noi. Questa potenza, questa è la potenza di Dio. È la potenza della piccolezza. Ed è la potenza della croce. Ed è per questo vedete che questo uomo digerico, cerco e mendicante, ci rappresenta. È chiaro che è una sicatura che ci rappresenti, perché non ci rappresentate, è il rappresentante della nostra vita vera. Perché non c'è nessuno, questa maniera c'è anche troppo, ma non c'è nessuno che è dentro a questa aula questa mattina e che non sia un po' di noi. O per il suo passato, o per la sua coscienza, o per la sua salute, o per la sua psicologia, o per le sue relazioni affettive, o per le sue preoccupazioni, o per le sue memorie, o per le sue paure. E ma, oh, quanto dobbiamo andare in là. E in questo senso è molto importante che questo ometto ospite oggi della nostra liturgia sia per giunta un cieco. Perché, porco cane, di tanti voi che ho, non ho neanche però soluzioni in mano. Non è che ce l'ho lì, vabbè, sarà una fatica. No, no. Sono assolutamente in draghe di tela. E per giunta, la cosa è ancora più grossa, perché fossero solo le mie grane, vabbè, ognuno, però il mestiere mi porta anche a quelle grane degli altri. E quindi sono anche un prese disastroso, perché anche io sono cedo. per fortuna c'è la mendicità. Per fortuna. Per cui nella vita di tutti i giorni c'è questa mendicità. Per esempio i bambini hanno la gran fortuna di che si ferma pietoso su di loro, gli insegna a leggere, gli insegna a scrivere, gli fa giocare, prepara per loro la minestra, gli cambia. E poi si pensava, beh, è una roba che ha bisogno di bambini. E poi invece crescendo mi sono accorto che avevo molto più bisogno io. Di cose molto più dedicate, più difficili, più profonde. E per fortuna sono venuto su in un regime di mendicità, è bastato sempre chiedere che, e anche quando mi cercava a fare il mendicante, al motivo del mio orgoglio, al motivo di dire, ma questo marangio, ma questo son capace, per fortuna gli altri, senza badarci, continuamente mi hanno aiutato. di questo non ce ne rendiamo conto. E ci cerca molto ammetterlo. Ma in realtà, la nostra vita è così. In questi giorni desideravamo vedere mia sorella, allora, possiamo vederci lì, e lei continuamente mi diceva, non posso, non posso. E perché non può? Eh perché mio marito non può stare da solo. E mi è sembrato bellissimo che lei dovesse dirmi una cosa così. Non può, poveretto. Io non posso mica venire a trovarti, perché lui non può stare senza di me. Provo a chiederglielo, ma mi dirà di no. E mi è piaciuta quell'ipotesi del no, capite? Di uno che dice, ma io non posso però stare senza di te. Oh, vado qualche ora a trovare Giovanni. No, no, no, no. E vedete, fa già parte del grande mistero della fede, la scoperta della propria mendicità e della propria povertà. È una cosa molto importante. Siamo dentro al rischio sempre di culture della mondanità, che sono, siccome queste sono culture dell'orgoglio, della grandezza, della carriera, è costruire un stato di infelicità, no? Perché poi evidentemente quelli che hanno la gamba lunga ce la fanno, quelli che rubano di più ce la fanno, quelli che sono più sedutini ce la fanno, e tutti gli altri... E poi è terribile vivere la vita come una gara, perché ci si stacca, ci si stacca. E sempre volte la malattia, la stanchezza ci colpisce la mente, di qualche volta il cuore, di qualche volta l'anima. Si vive una vita difficile, molto difficile. E in questo senso non c'è l'attitudine. È vero, la usocamia mafanda, dove abitano i miei fratelli, ah, oh, c'è il problema del mangiare, c'è il problema dell'acqua. Ma noi non abbiamo problemi minori. E abbiamo certe volte di molto più sottili, molto più profondi, molto più drammatici. E cosa vi faccio alla predica delle cose brutte? Eh no! No, abbiamo parlato del Signore, che ci vuole bene, che ha compassione di noi, che ascolta il nostro gemito, perché quello là, a un certo punto gli ha detto, ma passa Gesù. Quando viene a sapere che passa Gesù, grida, oh, aiutami! E gli altri lo sgrindano. Perché non si può al nostro mondo essere dei poveretti. Si disturba. Quinto. Si disturba. Le nostre povertà disturbano. Qualche volta disturba il nostro piatto. Qualche volta disturba la nostra fatica. Le nostre malattie. Anche essere vecchi si disturba. Anche un bambino ha un disturbo. E qualche volta si dice che è meglio non averlo, perché è disturba. La povertà è disturba. Zizzo lì, zizzo. Ma lui grida più forte, beh. Ah! È bellissimo questo qua. Non bisogna avere vergogna. Secondo me ha detto bene un Gesù, è un Mediorientale, lui è un arco di razza, di cultura. Samir ci chiama. E lui un po' ironicamente dice, ma guarda bene, in Italia, per esempio, quanto bene fanno ai cristiani i musulmani, beh. E perché? E dice perché i cristiani hanno ormai tutta quella religione rarefatta, dicono che è un fatto privato, che uno se la deve tenere per sé, che dopo invece devi essere... E dice, io passo per strada e siccome è l'ora della preghiera, trovo lo stradino che lavora sulla strada, che si è fermato, ha disteso il suo tappetino e lei è lì. Oh! Noi piante! Avremo un amico il coraggio della nostra povertà e della nostra preghiera. Invece che il nostro amico ceco grida più forte. E allora il Signore si ferma. Sta già lasciando Gerico perché deve andare a far Pasqua, dove gli faranno anche la pelle, su là a Gerusalemme. Ma si è sempre. E se lo poteva proprio qua. E per lui comincia una vita nuova. Anche perché nella lingua italiana non si capisce tanto bene che cosa vuol dire. Perché c'è il problema del vedere. Lui è secco e ci vuol vedere. Però viene usato dal Vangelo un verbo che non vorrebbe dire tanto solo vedere. Non vorrebbe dire alzare lo sguardo. E' molto interessante questo, capisci? Perché? Perché se ti salta un cancherone nello stomaco, continui a guardarti solo il cancherone nello stomaco. E non hai più la forza, la voglia di alzare lo sguardo. E quindi è un vedere, ma capisci? È un vedere grosso. È un vedere nuovo. Perché se no, non si capisce. E anche magari che uno fisicamente ci vede, ma è annegato dal suo guaio, non vedo più niente, no? Non si dice qualche volta. Io guardo, non vedo più niente. Perché il mio bambino sta male, non vedo niente. Ho perso il lavoro e via via, no? Tante cose che anche voi sentite, le sapete molto più diverse. E allora questo vuol dire anzi, non solo vedere, ma vi dico alzare lo sguardo. Vedere più in là, vedere più in profondo. Vedere anche al di là della trincea in cui sono chiuso, no? Perché se sei in una cella del cancere, non c'è niente. Lo sapete che i nostri amici del cancere, anche quelli con cui siamo andati in dito dell'estate, no? Abbiamo fatto questo pellegrinaggio verso Assisi, a piedi, stati dei giorni molto belli. Ma appunto loro avevano quel disturbo che hanno sempre le persone che stanno in cancere troppo tempo. Quando escono, hanno proprio un disturbo della vista, perché siccome il loro campo visivo è molto corto sempre, e quando escono fuori sono come pesce, hanno delle forme divertigili, perché non sono abituati a guardare lontano. Vedete la bellezza di questa vicenda di oggi, dove gli dice il Signore, alzami lo sguardo. E il Signore gli ha fatto sto regalo. Allora il libro del profeta Isaia, oggi ci dice, del pezzettino che abbiamo ascoltato, che noi siamo un popolo dove ci sono dentro tutte le malattie, ma lui ci ha incontrati e adesso ci sta portando a casa, con gioia. Apre i nostri occhi, fa il nostro sguardo e noi possiamo riprendere il cammino. E anche il più cattivo di tutti che sono io, anche lui può riprendere il cammino. Possiamo riprendere il cammino e cominciare a guardare, a sperare, a camminare. Con un particolare interessante, perché dice che subito vive di nuovo e lo seguiva lungo la strada. La Chiesa ha ridato di tutti i suoi paramenti. È un popolo di poveri. È stato così, io ve l'ho già ricordato questa cosa qui, che questo concilio che in questi giorni si ricorda. Quando l'hanno messo insieme i concili, quasi 3.000 vestiti che venivano da tutto il mondo, l'idea era che cominciava l'11 di ottobre e finiva il 23 di dicembre, l'antivigile di Natale, così tutti prendevano l'aeroplano e tornavano a casa loro, l'erapele che finiva, il 224 si diceva a basso i comunisti, a basso i fascisti, a basso i peccatori, a basso gli amosessuali, bravi quelli che sono bravi, poi saldiamo a casa. E invece non è più stato così. E uno dei meriti più grandi di questa cosa è stata quella del vescovo proprio di Bologna, che era vescovo a Bologna, che ha aiutato da altri amici qui di Bologna, ha detto io ho un discorso da fare. E lui ha detto che la Chiesa non era più la Chiesa dei ricchi, ma non era più neanche la Chiesa di quelli bravi. Era invece una Chiesa soprattutto di poveri. Chi povero nel corpo, chi povero nell'anima, chi povero nel portafoglio, chi povero nella salute, chi povero come cultura. Ma la Chiesa è una Chiesa fatta di poveri. E sono poveri che il Signore ha incontrato, che è passata, e che hanno avuto il grande regalo, la grande fortuna di gliel'anni, dammi una mano. Perché la fede c'è questa qui, quando si ha la fortuna, cioè il dono, di poter gridare, dammi una mano. Perché da quel momento lì non sei più solo. I miei amici che dicono di non credere in Dio, sono importantissimi per me, perché sono da soli. E io capisco meglio la vita, guardando la loro vita. E capisco meglio di che cos'è il dono che ingiustamente Dio ha fatto a me, perché non mi ha lasciato solo. E questa è la bellezza. E però, capite, le cose cambiano però. Allora noi non siamo un popolo di brava gente, siamo un popolo di poveretti. Noi non siamo un piccolo popolo di giusti, schistinosi, che andano a dire a tutti gli altri che spagliano. Perché i primi che hanno bisogno di essere guariti, salvati, perdonati, siamo noi. E noi siamo la speranza del mondo, solamente se, invece di essere un popolo di giusti, tutto come ha detto quella ministra, schistinosi. Vorreggendo anche le sue ragioni, secondo me, per dire ogni modo, invece di essere un popolo di schistinosi, diciamo che siamo un popolo che è tutto contento perché è venuto questa mattina qui a prendere un pezzo di carne. È un pane di vita, è un carne che ti fa secco, è il segno dell'amore di Dio fino alla croce di Gesù. Siamo dei voluti bene noi. Non siamo dei bene e stanti, siamo dei voluti bene. Noi non siamo bravi, siamo amati. Noi non siamo virtuosi, siamo beati. Perché continuamente il Signore, Lui, attraverso i Suoi angeli, che sono le persone che ci stanno intorno ai nostri angeli, continuamente con la Sua misericordia, Lui riveste la nostra nudità e mette luce nelle nostre sedebre. E alla nostra mano che non saprete alzarsi, Lui la solleva. E allora noi, insieme a questo qui, a Bartimero, il figlio di Timeo, il cieco di Gerico, possiamo anche noi far strada dietro a lui. Questa è la chiesa del Signore. Faccio stare che quel discorso lì ha fermato tutto, perché i vescovi che venivano dalla miseria gli avevano dovuto pagare il viaggio agli americani, perché mica certo avevano i soldi del biglietto, o i vescovi americani, quelli tedeschi, avevano pagato i biglietti. E allora erano lì, e questi poveretti che venivano dalle chiese dell'Africa, no? Oh, ci sono sentiti dire che la chiesa è una roba di poveri. E lo disse un bel comodo peo, forse uno di quelli che ha pagato qualche biglietto. Ma allora è diverso la roba. E si sono fermati. Dice, ma adesso però avevamo detto che andavamo a casa, che era per dire, ma adesso chi è che ci paga il biglietto? Su, giù. E te lo paghiamo noi. E gli abbiamo pagato il biglietto. E in quegli anni lì, capite, io ero a Roma e ci curiosavo dentro queste robe. La chiesa è proprio diventata una chiesa di poveri. Bisogna amarla questa chiesa, di poveri. Bisogna che prendiamo confidente con le nostre povertà. Bisogna che non buttiamo fuori nessuno. Perché la cosa crosta, capite, di questa pagina del Vangelo, è che non è l'unica pagina. È che molto spesso sono i discepoli che li fanno a cero. Oh, ma sei pazzo! Noi curiamo il rischio di essere noi che escludiamo perché quello lì non se lo merita, perché quello lì non va bene, perché quello lì non ha fatto il suo giusto, perché, eh no, allora te fuori, te fuori, te fuori. Vado fuori anche io. Ma siamo già tutti fuori. Perché siamo tutti in cammino. Perché la sua misericordia si è piegata subito. Non facciamo il tempo a dire niente del testo della lettera degli ebrei. E' bellissimo anche quello, perché dice, ma guardate un po' come sono messi lì nel tempio, che mettono su, come se sono sacerdote, un gianistero qualsiasi, che ha gli stessi guai nostri, le stesse vicende nostre. E così voglio vedere se va poi il soffista. Perché è un poverso come noi. Solo che quando è arrivato il momento giusto, quello lì è Dio, che è esperto delle nostre debolezze, perché si è fatto debole come noi. E' esperto delle nostre paure, delle nostre esplosioni, delle nostre angosce. E' esperto, perché è diventato uno di noi. Allora siamo qui per ringraziarlo, per nutrirci di lui, e mi permetterei di dire, per fare posto. Secondo me nella Chiesa c'è troppo poco posto. bisogna fare posto. E allora bisogna farlo nella nostra mente, e ci viene in mente che quello là è necessariamente un senza Dio, e siccome non è della mia religione, penso che andrà all'inferno, e siccome è vero si comporta male anche lui giù, un inferno ultrapopolato, un paradiso bello vuoto. Ma non è così. Sarebbe così se fossimo degli abbandonati. Ma è successo che una mattina, mentre tu lamentavi, gemeli e gritavi la tua miseria, lui ha sentito e si è fermato. E questa è la responsabilità e l'eredità che noi abbiamo. Lui per me si è fermato. Lui mi ha voluto bene. E più può essere in qualche modo evidente la ferita, il dramma della tua vita, più grande ancora, risplendente, la bellezza, la semplicità, la cordialità, la tenerezza dell'amore di Dio per te.