Forse pensate che noi siamo ricchi e che quindi questa domenica non è per noi, ma in realtà sappiamo che non è così. Quindi stamattina mi è saltata per aria tutta la stradina di pensieri che mi ero fatto perché durante la preghiera che abbiamo fatto abbiamo ascoltato quella parola del secondo libro dei re. E' un certo punto un re bravo, uno dei pochissimi che funziona in tutta la storia di Israele, vede che il tempio è malmesso e dice bisogna metterlo un po' a posto. Dice andate un po' a prendere tutte le offerte che la gente ha fatto, dite a questi bravi artigiani di aggiustarlo, neanche fategli il controllo dei prezzi, gente onesta. E vanno con questa idea di mettere a posto le pietre. Solo che l'incaricato torna indietro e dice ma è successo un fatto, ma dice che cosa è successo? Ma dice che mentre cercavamo di mettere a posto lì un po' hanno trovato un libro, hanno trovato un libro. Dice provo a leggerlo. E lo leggono davanti al re solo che quel libro lì è la parola di Dio. L'hanno dimenticato. L'hanno trovato sotto la polvere del tempio. Dice che il re si straccia le vesti, disperatissimo, eccetera. Vabbè. Perché in fondo qual è la povertà più grande? Quest'uomo sordo e muto. È impressionante, no? È la figura di un popolo di Dio che ha smarrito la parola. L'ha messa sotto la muffa e non ascolta più e quindi non ha più niente da dire. Se il Vangelo va a finire in un cassetto, se va sotto tutte le nostre preoccupazioni di affermare dei pensieri, di prendere delle posizioni, di difendere delle vicende, se ne va il Vangelo. È un po' l'imbarazzo in cui secondo me noi ci troviamo in questo momento. Allora, vedete, basta questa porta qui per mettersi dentro ai poveri. Perché certamente ci sono povertà, povertà anche estreme. I prossimi giorni Gabriele ci saluta, torna in mezzo alla sua Africa dell'AIDS, della fame, dell'arretramento. Non dell'arretratezza, ma dell'arretramento. Si torna indietro in Africa. Povertà ce ne sono, certo. Però, quando si entra nel mistero del Signore, si vede che poi alla fine anche quelli che sono in questo momento riuniti nella chiesa della Dozza sono tutti dei poveretti. E ognuno ha portato un suo pianto, una sua paura, una sua speranza, un amore perduto, un peso del cuore, una memoria che non si cancella. Allora magari il pane sulla tavola c'è, le medicine si possono trovare, ci sono altre povertà. E quindi quando il Signore pensa alla sua gente, certo vede ricchi e poveri, ma è come se venisse dopo. All'inizio li vede tutti poveri. E quindi prende quella grande decisione, che è tutta la nostra storia, no? E prende la decisione di andarli a cercare. E di andarli a cercare prendendo in mano e su di sé la loro stessa povertà. E quindi la povertà di Dio è dovuta a un fatto molto semplice, cioè che ci vuole bere. E quindi si fa povero per venirci a cercare. E ci viene a cercare l'anno i nostri guai. Non ha paura dei nostri guai. Non ha bisogno di separarsi. Gli altri dei sono un po' debolucci e quindi non possono stare in mezzo alle cose che non funzionano. Invece il nostro Dio non teme di sporcarsi, di contaminarsi. Non ha nessuna paura. E quindi viene in mezzo alla storia dell'umanità. E tutta la storia della salvezza, vedi, è questo amore di Dio che non ha limiti e che non ha problemi. Certe volte quando si pensa a come qualche volta ragioniamo noi cristiani, si resta scupefatti, è vero? Perché certe volte hai l'impressione che ci sia posto solo per quelli che funzionano, solo per quelli che sono a un certo livello di vita, solo per quelli che hanno tutte le carte a posto. Ma allora? Allora per me non c'è posto, non so se per qualcun altro non c'è posto. Mentre invece lui ha inventato questa condizione specialissima della possibilità di stare in un posto dove tutti sono fuori posto. E perché fosse possibile questo si è messo lui fuori posto. Il sindacato degli dèi che esiste, suppongo, l'ha tutti preso in giro, insomma. Poi l'hanno buttato fuori anche dall'azienda perché è un Dio così ridicolo. È vero? Invece lui ha preso questa strada. Qual è il segreto di tutto questo? Perché ci vuol bene. Ecco. È lì che incomincia la storia interessante anche per noi. Dio si è fatto povero perché ci vuol bene. È come un papà che va di notte a cercare il suo figlio. E dice ma sei pazzo. No, no. Che gli voglio bene. Non riesco mica a stare in casa e a dormire se lui non c'è. È vero? E l'amore è la cosa più bella, più grande, più ricca che ci sia. È quella che ci fa più poveri. Nell'amore noi abbiamo un'esperienza importantissima di Dio. Chi vuole bene? Certamente vuole bene in questa maniera. Nella maniera della spesa. Le persone che vogliono molto bene spendono il loro tempo, la loro cultura, i loro denari. E alla fine spendono anche se stessi. Spendono proprio tutto perché vogliono molto bene. Allora c'è un legame fortissimo tra la povertà e l'amore. È lì il gioco che comincia per noi. Perché adesso si può dire ricchi e poveri. Quest'anno vorrei fare qui alla dozza un po' di incontri invitando della gente molto diversa fra di loro, di pensieri, di fede e non fede. Sono su queste due paroline. Vieni a dirmi cosa pensi di queste due paroline. Ricchi e poveri. Cosa ne pensi? E perché comincia la cosa ricchi e poveri se in realtà siamo tutti poveri? Come mai che risalta fuori? Beh, perché certe povertà sono clamorose, evidenti. Ma poi perché sotto c'è un'altra cosa, che è la cosa più importante. E cioè che c'è un legame assoluto tra povertà e amore. È impossibile che uno si tenga tutto tranquillo nel suo feudo se è uno che vuol bene. Se uno che vuol bene si rovina. Questo è sicuro? È sicuro. Lo scopo della nostra vita, permettete l'espressione, è un pochino di rovinarsi. Perché? Perché la previsione è che tu spenda, spenda, spenda, spenda tutto te stesso. Anche un ragazzino che a scuola deve studiare, deve studiare. Perché poi bisogna che abbia qualche cosa da regalare. È importantissimo che studi e che faccia bene il suo compito. Perché questa sarà la sua posizione nella sua vita. Le belle cose che imparerà le potrà comunicare, le potrà spendere. Tutto deve essere ricevuto come un regalo e speso come un dono di restituzione. È per quello che incomincia la faccenda ricchi e poveri. Perché ci sono i ricchi e i poveri? Perché non ci vogliamo bene? E quindi inevitabilmente, capite? È uno che ha l'aria buona, l'altro ha il petrolio, l'altro ha la tecnologia, l'altro ha la cultura. Ma non ci vogliamo bene, non ci incontriamo mai, capite? Non ci incontriamo mai. Anzi addirittura, la nostra ricchezza ci porta ad essere poi i giudici gli uni degli altri. E quindi ci dimentichiamo che tutti siamo poveri. Quando io condanno un mio fratello, io in quel momento lì che cosa dimentico? Dimentico che anch'io sono uno condannato. Gli anni del carcere, stamattina ho messo con sette signore lì dentro, pensi in particolare in isolamento con un bambino grande così, lì dentro. Io non lo so, la testa fosse mia partita, ma... Io sento che è come se fossimo tutti più colpevoli di quale siete persone lì. E la nostra colpa è il fatto che non volendogli bene, irrimediabilmente, creiamo il muro della doccia, creiamo il muro della prigione, creiamo la separazione. Non riusciamo a creare l'accoglienza, eh? Dopo la fine della mese ho detto, ma questo bambino, non è che possiamo fare qualche cosa, non è che io... adesso me lo porto anche mio volentieri, ma poi forse non me lo dare. Eh no, ma la sua mamma è in una posizione molto difficile, non ha voluto sapere niente. Però, se noi fossimo pieni di accoglienza, la mamma potrebbe aver fatto quello che ha fatto, le è capitato, anche a me ne sono capitate di cotte e di crude, ma noi potremmo però tenerla qui, averla qui. Noi potremmo avere come sorella e come figlia una persona che è dietro il muro della doccia. Poveri e ricchi? Ricchi e poveri, cioè perché non ci vogliamo bene, capite? Perché, in fondo, non riusciamo ad innamorarci di questo Dio che si rovina per noi. Anzi, molte volte, bisogna dire che nella Bibbia, anche nel Vangelo, c'è un testo che voi conoscete benissimo, diventa insopportabile questo Dio che, insomma, non tiene le redini, eh? che è il papà di quella parabola. È vero che vuol fare quella grande festa perché suo figlio ha sciupato tutto il patrimonio, ma è ritornato a casa. E il figlio maggior gli dice, no, non se ne parla neanche. Tu vai al diavolo. Io non ci vengo a fare questa festa. Porco cane. Ha rovinato tutto, ha sbagliato tutto. Tu gli hai dato tutto da sopra e sottorna e che spesso tutto, te gli fai festa. E anche per sogno. Se io faccio sempre il mio dovere, gli dai neanche la paghetta. Eh, certo. E non sopporta questo cuore di suo padre. Solo che nella parabola, il brutto scherzo è che quel papà lì è Dio. E se voi volete pensare come ha fatto Dio, non mettete in mano una bilancia. Non ce l'ha, non ce l'ha più. Non ce l'ha più. Perché? Perché a un certo punto ho visto che con la bilancia non gli ritornava nessun figlio a casa, eh. Allora la bilancia l'ha messa nel casetto. Ed ha cominciato a cercarla, capite? E noi siamo tutti dei cercati e ritrovati. Noi non siamo delle persone che meritano di essere qui. Noi siamo degli accolti. No. La signora che è in carcere con il suo bambino non è accolta. Noi siamo accolti. Io non voglio mica pensare che lei sia più povera di me. Anch'io sono un povero ma io sono accolto. Cioè sono voluto bene. Per esempio voi mi sopportate al corso di quasi dieci anni che sono qua, eh. Avreste tutto il diritto di dire adesso basta. Anch'io. Qualche idea su questo. È vero. Invece mi tenete. Oh ragazzi non c'è altro. Bisogna tenere questo. Sul mercato non si opre nient'altro. È vero. Però voi mi accogliete. E questo è molto importante però. È molto importante. Perché Dio, ricordatevelo bene. Ci vuole bene come siamo. Ci vuole bene come siamo. Noi non siamo capaci. Perché noi pensiamo che gli vogliamo bene se cambia. No. Se lui cambia, se lei cambia, le vogliamo bene. No. Invece qual è la potenza dell'amore di Dio? Che lui ci ama nella nostra povertà. Non perché ami la povertà. Ma siccome la povertà è attaccata a noi, se vuole noi bisogna che si vecchi anche quel che siamo. Quel che facciamo, quel che abbiamo sbagliato, quel che sbagliamo, che sbaglieremo. E lui per prima cosa dice sei mio, siete miei. Ed è questo qui che qualche volta fa sì che ci sia anche un San Francesco, ci sia anche un Papa Giovanni. Chi sono San Francesco e Papa Giovanni? Sono delle persone che davanti a questa bontà di Dio che gli vuole bene si commuovono. La santità è una commozione. Siccome tu ti sei così mosso verso di me, anch'io però voglio muovermi verso di te. La commozione è sempre una restituzione. Sarei stato lì impalato e ingrugnato dentro i miei pensieri e la mia storia ferita, ma tu sei venuto fin qui. E questa è la tua potenza. San Paolo lo dice in un punto bellissimo. Dice perché è questo quello che ci stringe. Che ci vuole bene quando siamo mascalzoni. E quando eravamo mascalzoni ha dato la vita per noi. Pensate quante condizioni canoniche ci sono per entrare da quella porta. E poi da lì all'altare per la comunione aumentano ancora le condizioni. Invece Dio non pone condizioni. Non pone. Va più lontano ancora se tu sei più lontano. Ti segue, ti segue e ti raggiunge nella tua povertà. Questo è il grande problema. Allora, per questo mi permetterai di ritornare a questa cosa. Noi abbiamo imbroccato questa stradina, questo tentativo, di farci un po' di più ascoltatori del Vangelo. Il Signore è venuto lì, ci ha aperto l'orecchio, ha messo le mani sulle orecchie, ha messo la sua maledita sulla lingua. È vero? E così ci ha come rifatti, dandoci la possibilità di ascoltare e di comunicare. È vero? È una cosa meravigliosa. E di ascoltare e di comunicare quella parola. E la gente dice, ma questo qui ha fatto bene tutte le cose. È molto bello questo brano del Vangelo. Fra l'altro è pieno anche del fatto che quello che lui fa non è un gesto gratuito qualsiasi. Per cercarci, ragazzi, un viaggio, un viaggio. E fa un grande sospirone intanto che dice, apriti. Perché in tutto questo miracolo c'è dentro tutta la Pasqua di Gesù, c'è tutto il suo volerci bene fino alla croce, capite? E adesso siamo entrati in questo gioco. Bisogna che con molta semplicità, però anche con molta fermezza, non accettiamo un altro gioco. Non si deve accettare. E quindi bisogna, mi permetto di dire, prima di tutto in casa mia e in casa tua, è che ognuno abbia un posto. Cominciamo da lì. Cominciamo da lì, la parrocchia magari è una roba un po' troppo impegnativa, che ne so io. Magari mi possono dire, mica casa tua, però l'interesse di piegare. Allora, vabbè, vedremo. Però in ogni caso, da dove siamo? Muoviamoci con una certa libertà. Che sia questa libertà dell'accoglienza. Che sia questa grande libertà, per esempio, al fatto che la parola di Dio in ogni caso è un diritto di tutti. È un diritto di tutti. E che nutrirsi della parola di Dio, che è far la comunione, è un bisogno di tutti. E se uno è in una strada più difficile, quindi è più affamato, ne ha più bisogno degli altri. Ne ha più bisogno. È vero? Perché il tuo figlio che ti fa dribolare è quello che ha più bisogno di tutti, di un affetto speciale, di una corsa speciale, di un pianto speciale da parte tua. Quindi è un diritto di tutti, è per tutti. Chiediamo al Signore, attraverso questo marello, che adesso, siccome ci sente e parla, questo qui oggi prega per noi. No? Adesso bisogna dirvi che preghi anche per noi, questo qui, che è là nel paradiso. È vero? E quindi pienamente potrà ascoltare tutti i nostri gemiti e tutti trasferirli. Però appunto chiediamolo a lui, che essendo passato attraverso questa grande esperienza, ci dà proprio l'idea di che cosa è venuto a fare il Signore. Sapete, no? Che quando lui fa questa faccenda la gente dice quella roba che la Bibbia dice quando Dio crea il mondo, che fa il sole, le stelle. E allora alla fine di ogni giorno della creazione dice che era una cosa buona. E loro, che vedono che lui fa nuove tutte le cose perché è capace di rifare le persone nella direzione della speranza, tirano fuori quelle parole della Bibbia vecchia e dicono, ma questo qui fa bene tutte le cose. Fa parlare i muti, fa udire i soldi. E sono tutti pieni di contentezza per il bene che Dio fa. Quanto bene, eh? Quanto bene fa Dio. Quanto bisogno del suo bene c'è. Quanta responsabilità però abbiamo del dono di Dio. Perché capite, un pochino quello mino lì, quel giorno lì, è stato graziato e un po' anche fregato. Perché? Perché mi ricordo di un altro che aveva avuto un gran miracolo anche lui. O gli diceva, oh Signore adesso io vengo via con te. No, no, no, no, non venire. Adesso te vai a casa tua, lì io abitavo in una terra di filibustieri, e tu racconta a loro la roba. È una grande responsabilità la parola di Dio, capite? Ci ha dato la possibilità di ascoltarla e di manifestarla. Eh, è responsabilità nostra. È vero. E quindi, insomma, le cose generali, anche della Chiesa, vanno un po' alla loro maniera. Insomma, mi veniva in mente quella frase che Agnese, Agnese del Manzoni, Agnese dei Promessi Sposi, dice a sua figlia che è rimasta stralunata da questa suora aristocratica, che è pazza, poveretta, che è una disperata anche lei, una poverona anche lei, ma fuori giri. E lei, la sua mamma Agnese le dice, vedrai che nella vita ti renderai conto che i ricchi sono tutti matti. Allora, invece di badare, insomma, adesso ai ricchi e ai cardinali, proviamo a fare un gioco di casa nostra. Proviamo a metterci dentro nella vicenda meravigliosa di quest'uomo sanato. Mettiamoci dentro nella responsabilità di comunicare a qualcun altro una parola buona. E più troviamo o abbiamo nella nostra vita persone che sembrano chiuse ha la possibilità di ricevere sorde tappate. Proviamo ad accarecciarle, perché possano aprirsi e possano anche loro entrare dentro nel gioco più bello del mondo, che è questo gioco del volersi bene che Dio è venuto a inaugurare e che ha giocato così bene in mezzo a noi.