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-VenerdiSanto-Giovanni_Nicolini-20090410.mp3

Data: 10/04/2009

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

Nella nostra sosta sulle scritture ci teniamo nella strada che abbiamo iniziato e che tende quest'anno a sottolineare la potenza infinita dell'amore di Dio che Gesù è venuto a rivelare, a manifestare e a consegnare, come vedremo stasera, la straordinaria potenza dell'amore di Dio, capace quindi di raggiungere tutte le nostre povertà, tutte le povertà della umanità, afflitta da tante ferite di cui in parte è colpevole, in parte le subisce, ma nel cuore di nostro Padre, il male è il male, quindi c'è il male morale, c'è il male che viene dalle sciagure della natura, c'è il male del non volersi bene, ma per il Signore il male è il male, non c'è giudizio in Lui, il suo problema e il suo obiettivo è quello di liberare dal male, di strappare il male dalla vita umana. E fin dalla Domenica delle Palme, poi anche ieri nella cena del Signore, abbiamo visto qual è la sua potenza per la nostra liberazione dal male, è la straordinaria potenza del suo amore, è una potenza che tutti abbiamo sperimentato, sia quando le persone che ci hanno voluto bene, che ci vogliono bene, ci strappano dalla tristezza o dalla paura, da ogni forma di angoscia per la solitudine, e tutto questo è già in mezzo all'umanità, una celebrazione di quella potenza che è propria di Dio. La potenza di Dio sta tutta qui, è infinito del volere il bene. Allora noi anche questa sera ci teniamo un po' su questa strada per sottolineare qualche passaggio delle parole che abbiamo ascoltato, pur consapevoli che la tradizione cristiana nei tempi non ha tanto accentuato il tema dell'amore, ma ha collegato la croce del Cristo al dolore, alla sofferenza, ha messo in evidenza la violenza del male che il Cristo ha subito, certamente per liberarci dal male. Questo ha avuto una grande estensione, pensate per esempio che cosa ha voluto dire in tutta la forza rappresentativa della Pasqua che il popolo cristiano ha cercato, trovato e coltivato nelle sue tradizioni. Dall'Europa settentrionale fino in fondo all'America Latina sono infinite le rappresentazioni della Pasqua, tutte molto concentrate in realtà appunto sulla croce e sulla morte del Signore e tutte pendenti a mettere in evidenza questo aspetto doloroso e cruente, cruento della croce. Questo ha anche una sua stigazione molto bella, molto importante, perché queste manifestazioni popolari della fede, che nei secoli sono state importantissime, rivelano che la gente una cosa l'ha capita. E l'ha capita soprattutto la povera gente. E la povera gente ha capito che il Signore tiene per loro. E quindi è stato istintivo quello di esaltare in Lui la sofferenza che la gente si porta per tutte le vicende e le sventure della sua storia, sia a livelli personali, sia a livelli collettivi. E quindi nella sofferenza del Cristo la gente, ma soprattutto la povera gente, si è specchiata come nel suo dolore e ha accompagnato con commozione il mistero del Cristo, appunto come un Dio che partiva insieme con loro. anche qui nella nostra bassa, nella nostra pianura, per esempio, anche nella nostra parrocchia piccola in campagna, in queste chiese, il crocifisso ha quasi sempre le braccia che si muovono, non sono rigide rispetto alla positura del corpo perché lo si porta giù dalla croce e in questa sera in molti posti ancora si celebra una specie di grande funerale del Signore. che è qualcosa di intrecciato tra il dolore e la festa, diciamo, no? Ecco, proprio perché la gente si identifica molto con questo. Però bisogna dire che invece la fisionomia profonda, fondamentale, del mistero della croce è l'amore. Non è semplicemente il supplizio, non è solo l'orrore di un dolore subito, ma è la misura dell'amore. Il crocifisso è la misura dell'amore di Dio. Questo è il suo volto fondamentale. Quello che ogni tanto citiamo anche nei nostri incontri nelle liturgie domenicali, citando il linguaggio popolaresco italiano, dove per esempio capita di sentir dire ti voglio un bene da morire. E quindi questo collegamento tra l'amore e la morte, e quindi la morte che diventa non la negazione della vita, ma il supremo dono della vita, è vero dono, per significare e per compiere l'amore appunto. Quindi è l'amore la dimensione fondamentale anche della liturgia di oggi. E in modo particolare questo capolavoro, io lo propongo sempre come il capolavoro di tutte le scritture ebraiche cristiane, che è la passione del Signore secondo l'Evangelista Giovanni. Quando avrete un po' di tempo potrete fare dei confronti tra la narrazione di Giovanni e le memorie degli altri tre evangelisti e rimarrete sicuramente stupiti, perché raccontando gli stessi avvenimenti, i tre evangelisti, Matteo, Marco e Luca, mettono in evidenza l'aspetto crude, cruento e quindi la passione, la sofferenza del Figlio di Dio. Invece nel testo di Giovanni, accadendo le stesse cose, tutto è regale, tutto è meraviglioso, ed è singolarissimo questo fatto. Basti pensare al primo episodio che abbiamo citato adesso, proclamando insieme la passione, che è quello dell'orto, no? Nell'orto degli ulivi, secondo i tre evangelisti notici, il Signore vive una vera agonia, la parola agonia nasce appunto nell'orto degli ulivi, una vera battaglia, un'angoscia profondissima, dice che la sua anima è tutta ormai rivolta verso la morte e quindi patisce la sua solitudine in una preghiera che gli altri non riescono a sostenere, insomma è un testo molto drammatico. Nel testo di Giovanni arrivano ugualmente per arrestarlo, ma non c'è nessuna agonia, nessuna passione, Gesù va incontro a questa gente e dice chi cercate? Gesù di Nazareno, sono io, allora se cercate me lasciate che gli altri se ne vadano perché lui aveva già disposto che nessuno dei suoi andasse perduto. Quindi tutto il testo è continuamente per sottolineare questa potenza dell'amore di Dio. Questo è molto molto importante perché noi mettiamo dei limiti a questa potenza. è per questo che quest'anno mi è sembrato molto importante prendere questa strada di osservazione delle scritture perché può essere così caricata la parte che dobbiamo fare noi per accoglierlo, per meritarlo, per custodirlo e che alla fine c'è il rischio di una certa immobilità. Mentre invece Dio non è immobile. Dio è mobilissimo, è interventista, è potentissimo, non si lascia scappare una persona, una situazione, assolutamente niente. Non c'è ferita che noi possiamo presentare o gridare che lui non sia assolutamente determinato a visitare e a soccorrere. E questo è il segreto della vita cristiana. Altrimenti c'è il rischio di un decadimento e quindi del fatto che in fondo anche per la proposta cristiana la salvezza sia una contrattazione faticosa tra quello che tu fai di male, quello che fai di bene e i perdoni che ti possono essere dati, le indulgenze, i purgatori. Diventa tutto molto molto delicato e soprattutto pian piano ritorna come un peso nostro, ma noi non siamo capaci di salvarci. Noi siamo qui questa sera solo perché lui ci ha salvato. E lui infinite volte è intervenuto nella nostra vita, nel nostro pensiero, è venuto a cercarci senza paura e senza vergogna nelle strade più profonde del nostro peccato e da ogni luogo lui ci ha teso la mano. La nostra esperienza è questa. Nessuno di noi ha una pagella positiva, è vero come cristiani. Ognuno di noi ha un foglio di stupore, ha una poesia di meraviglia, ha un canto di allegrezza per il bene che il Signore ci ha sempre fatto. E questo mi pare che sia appunto il segreto che va più custodito. Su questo anche questa sera ci possiamo fare una domanda, no? Perché si sente ogni tanto dire, magari può sorgere anche dentro di noi, però insomma questa morte del figlio e questo padre e manda questo figlio a morire e nasce una certa perplessità. Allora anche questa sera proviamo a fare un piccolo passettino. Chiediamoci semplicemente perché il figlio alla fine della sua straordinaria avventura d'amore arriva fino alla morte. E la prima risposta che bisogna dare è che è così perché questo figlio è molto amato dal padre. Proviamo a vedere perché. Perché siccome il figlio è molto amato dal padre, il padre gli regala tutto il suo amore, glielo comunica tutto. E questo figlio pieno dell'amore del padre, alla fine dà la vita. Si potrebbe dire che la colpa è di suo padre perché gli vuole troppo bene, la colpa è di questo amore che il padre gli ha dato. Questo mi fa piacere dirlo perché in realtà nella mia vita mi capita continuamente di incontrare delle persone che muoiono d'amore. Penso che capiti sempre anche a voi, magari ci si pensa meno, insomma. Ecco, magari non è che vedete delle persone strammaggiare al suolo e vi dicono beh sì, per forza è morto d'amore, no? Forse non è tante volte, così può essere qualche volta. Ma però che cosa vedete voi? Voi vedete continuamente con meraviglie intorno a voi dei miracoli di amore, cioè delle vite interamente dedicate, date all'amore. E lo vedete tra l'altro in una linea trasversale dove non sempre si tratta di persone cristiane, non sempre si tratta di persone credenti. Così c'è questa meraviglia di questo amore potentissimo che Dio ha seminato e continua a seminare nel cuore delle persone, e le persone prendono quest'amore, lo accolgono e poi però respirano quest'amore e quindi irrimediabilmente anche loro muoiono, muoiono d'amore. E però bisogna dire danno la vita, danno la vita. Anche questa sera io avverto che la nostra assemblea, numerosissima, sono stupito che non vi stufiate in queste liturgie, ma in realtà è infinitamente più larga per me. Io ho in mente moltissime persone, ma anche voi avete in mente moltissime persone che non sono qui, che a una preghiera non verrebbero, che a una messa non ci stanno, che si sentono esterne anche a tutte queste cose che per noi sono preziose e care, ma voi avete un grido dentro di voi che farete quando entrerete nel Regno dei Cieli e a nome di queste persone direte guarda che questa persona ha dato tutta la sua vita. E voi sarete il grido della loro salvezza, e il padre sarà totalmente d'accordo con voi, appunto per questa immensa seminagione d'amore. Su questo mi piacerebbe che noi, almeno qui noi, diciamo così, nell'angolo della doccia, diventassimo più capaci di cogliere e di osservare questo. La vita diventa molto più bella quando ci si accorge di questa meraviglia. Cioè ci si accorge di questa malattia d'amore, di cui il Cristo è morto, ma che poi si è collegata alle generazioni, alle persone, è vero che si è straordinariamente moltiplicata. Il mondo è miglioratissimo, miglioratissimo. E io ho assolutamente fiducia che malgrado tanti segni negativi le cose andranno molto avanti. Certo si capisce, fanno del bene quando passano nella storia dell'umanità certi fuochi d'amore, no? Impressionanti, però anche nel nostro tempo, adesso non c'è bisogno di citare le persone, però sono passati. E accanto a voi, magari conosciuti solo da voi, sono passati sicuramente tantissimi fuochi di amore. È assolutamente importante, scolgorante, e certo quelli ci hanno un po' vinto, capito? Ci hanno un po' convinto, ci hanno affascinato. È vero? Pensate a una persona del passato come Francesco D'Assisi. È passato e dopo di lui nella chiesa d'Occidente non c'è stato più un fuoco così, eh? Perlomeno conosciuto. Sconosciuti ce ne saranno moltissimi, più di San Francesco. Però conosciuto non è passato più nessuno, forte come lui. Dico nella chiesa d'Occidente, insomma, perché non voglio poi implicare troppe geografie delle chiese. E per cui sono ormai quasi mille anni che tutte le volte che nella chiesa d'Occidente si pensa di fare una certa riforma o della propria vita personale o di un pezzo di chiesa, non si può non fermarsi sul fuoco di Francesco. Perché? Perché in lui il fuoco dell'amore di Dio ha avuto uno splendore straordinario. Allora capite, c'è la bellezza di questi fuochi. Anche qui nel nostro quartiere ce ne sono molti di questi fuochi. Ma anche nelle vostre case ci sono questi fuochi. E credo che il nostro compito, se forse noi siamo non dei fuochi ma dei palli di lumini, sia almeno quello di mettere in evidenza e di dire che siamo contenti. Perché altrimenti siamo sempre lì, tutti malinconici o addirittura cidiosi, per tutto il male che c'è, per tutte le cose cattive che si fanno, per tutte le cose sbagliate che si dicono. E questo può capitare che qualche volta bisogna dirlo per incoraggiare un proprio figliolo a non lasciarsi incatenare da un inganno o da una cosa cattiva. Qualche volta bisogna tirarle fuori gli argomenti cattivi. Ma normalmente noi siamo uomini e donne del Vangelo, cioè della notizia buona. E quindi deve osservare, sottolineare, esaltare continuamente come è buono il Signore e come abbia saputo essere fecondo in mezzo a noi. E quindi c'è questo trascinarci l'un l'altro, dal padre al figlio e dal figlio a tutti noi, in questa straordinaria vicenda dell'amore. Detto questo, volevo questa sera, tenendo conto che alle mie spalle non si vede nessun crocifisso, parlare un momento di questo crocifisso, proprio per raccogliere le cose che ci stiamo dicendo e che ci siamo detti, perché questo crocifisso che è alle spalle e che adesso è coperto, ed è privato anche dei compagni vicini, in realtà è il crocifisso del Vangelo di Giovanni. Solo la passione di Giovanni, che noi abbiamo appena proclamato, descrive così il crocifisso. Le altre tre Vangeli non lo descrivono in questa maniera. Allora proviamo a notare alcune cose, tanto non è difficile secondo me ricordarle, che ci fanno capire come nel crocifisso di Giovanni ci sia stata già la ricostruzione dell'umanità nuova. Il primo elemento importante della narrazione della passione di Giovanni è la nudità di Gesù. Gesù è più nudo che negli altri Vangeli, è proprio nudo di tutto. E questo perché è molto importante? È perché c'è una nudità antica che tutti voi ricordate, no? C'è un abito splendente che l'umanità ha smarrito per un inganno, per un peccato, per un serpente ingannevole, per un mito del male antico. Fatto sta, vi ricordate, che non avevano vergogna essendo nudi, ma poi avendo in qualche modo infranto il comandamento del Signore, si sono accorti della nudità, hanno vergogna, si nascondono da Dio e da quel momento si nascondono e scappano e scappano. Ma come ci ricorda San Paolo? Egli si è sfogliato perché noi fossimo rivestiti di Lui. È molto importante la nudità del Cristo, capite? Perché è la nudità di Adamo che in Lui viene crocifista. Ed è Lui che entra in tutta la nostra vicenda di esilio, di vergogna, di paura, di fuga, perché noi possiamo ritrovare gli abiti della salvezza, dell'esultanza, della faccia. L'altro elemento della croce di Giovanni è che appunto ci sono sotto delle persone. Invece negli altri crocifisti non ci sono le persone. Tutti sono scappati via. È vero, alla meglio ci sono delle donne che da lontano guardano tutto quello che sta accadendo sotto a quella croce, ma tutti sono scappati via. Il Cristo è solo. Invece qui non è solo. Non è solo. Ed è molto importante perché sotto alla sua croce ci sono un uomo e una donna. e la sua morte è la ricomposizione di un conflitto. Il segno della sua morte, la sfida che la sua morte getta alla storia dell'umanità, ma a ognuno dei nostri cuori, è la ricomposizione della comunione. Perché il dramma dell'umanità all'origine è stato che spezzati il rapporto con Dio ci siamo spezzati tutti fra di noi. Allora il rapporto tra l'uomo e la donna è un rapporto emblematico, evidentemente fontale. è vero, di questo incontro delle due diversità perché siano una carne sola, no? Quindi è un'esigenza assoluta di comunione. Ebbene, tutta la comunione significata da quelle due persone si ricompone sotto la croce. Si ricompone anche con delle fisionomie singolari, strane di cui adesso non possiamo parlare, ma meravigliose. Secondo me sono vent'anni che ci penso a queste cose. No, che in realtà quindi sono un uomo e una donna, viene da dire se sono uno sposo e una sposa, però in realtà sono la madre e il discepolo amato, ancora di più, alla fine sono la madre e il figlio. E tra fatto sta che lui alla fine come ultimo gesto fa un gesto da sposo e prende lei e la porta nelle sue cose, che è un linguaggio tipico della nuzialità. Per dire che insomma ogni conflitto sotto quella croce è chiamato a ricomporsi. Il Cristo, dice Paolo, è la nostra pace. È lui che ha abbattuto il muro di separazione e ha fatto dei due un popolo solo. Pensate questa sera su quanti conflitti, davanti a quanti conflitti noi celebriamo la nostra liturgia. Ai grandi conflitti fra le nazioni, ai grandi drammi dell'ingiustizia del mondo, al fatto che i poveri e i popoli dei poveri non contano proprio niente. E si tenta sempre di ricostruire l'unità a partire dai ricchi, ma non ci si riesce. Mi ha fatto piacere che se l'hai fatto scappare, è vero, in quel presidente troppo colorato. È vero che quando ha fatto il suo primo discorso l'ha detto, però bisogna che partiamo dagli ultimi. Eh, certo, eh, certamente. Non si risolverà mai niente se non si partirà dagli ultimi. È vero, quindi la ricomposizione dei conflitti, capite, è sotto quella croce. E poi sapete, no, che nell'immagine di Giovanni c'è quell'altra cosa importante. È già che passano perché bisogna tirar giù i corpi, perché non si può lasciare i cadaveri sulla croce. È già tardi, passano lì sotto e finiscono i due che sono ancora moribondi. Invece lui è già morto. E allora quel soldato, quel pagano, con la sua lancia, trafigge il costato. Ed escono da lì il sangue e l'acqua. E sono i grandi segni di una vita nutrita da Dio. Sono i grandi segni dei sacramenti della vita cristiana, no? È vero. E il profeta Ezechiele ha una bellissima immagine che adesso va applicata a questo crocifisso per dire che c'è il Tempio del Signore. E poi da un angolo del Tempio esce un piccolo ruscelletto. E questo ruscelletto però poi diventa rapidamente un torrente. E poi un grande fiume, grandissimo, grandissimo. E dove arriva questo fiume? Tutto viene purificato. Tutto viene rinnovato. Tutto entra nella luce e nella pace. È la potenza seconda del mistero del Signore. Quanto ce ne possiamo nutrire? Quale grandissimo privilegio noi abbiamo di questo nutrimento? Tra l'altro, forse noi anche in un modo privilegiato, senza neanche essercene accorti, no? Addirittura l'impressione di questo pane quotidiano della parola di Dio di cui possiamo nutrirci. Questa vita divina che ogni giorno ci viene amministrata, ci viene data. Fino all'ultimo segno, secondo Giovanni, no? Perché dice muore, dice muore come tutti gli altri. Sì, muore come tutti gli altri. Anche gli altri discepoli, anche gli altri evangelisti dicono che muore. Ma lui usa una parola speciale. E mentre la vecchia traduzione italiana dice di lui che stirò, la traduzione nuova mi pare che dica consegna lo spirito e il verbo nella lingua della scrittura direbbe proprio trasmise. Trasmise lo spirito. Quindi c'è per Giovanni un'anticipazione di Pentecoste nel momento in cui lui muore perché lui non semplicemente spira, ma richiede il capo e dona lo spirito. E quindi in quel momento, nella sua morte, c'è la vita nuova per tutti noi, capite? Meraviglia, insomma, di questo procidisso. E quante generazioni di cristiani si sono nutriti a questa immagine. E per quale bellezza e quale responsabilità ci è consegnata in questi segni, capite? Questo vuol dire la croce del Signore. Certo, vuol dire anche il suo dolore, la sua sofferenza, vuol dire la partecipazione a tante sofferenze che ci sono anche in questo momento. Ma più potente è questo mistero d'amore che questa sera Dio ci regala nella celebrazione della Madre Chiesa intorno alla passione del Signore. Adesso, per questo, e proprio convinti di questa potenza dell'amore, noi celebriamo, come sapete, questa sera la più grande preghiera universale di tutta la liturgia. È una preghiera tutta preordinata perché vuole abbracciare tutti e tutte. Cioè le direzioni della croce diventano questa sera le grandi direzioni della potenza dell'amore di Dio. Di questo Dio, abbiamo il coraggio di dirlo, di questo Dio crocifisso, sì, di questo Dio crocifisso. Proprio per questo è potente, perché è crocifisso. Gli altri dei stanno sempre su, è vero, in qualche modo fermi, sempre uguali, impassibili. Il nostro è un Dio travolto dalla sua passione. È vero, anzi, qualcuno dice, e qualche volta sono tentato a pensarlo, che il conto è un Dio sconfitto. Forse è un Dio sconfitto. Forse anche quando riceveremo l'annuncio dell'Angelo tra poche ore, per dire che anche in Lui, prima di tutto in Lui, la morte è stata vinta, forse qualche cosa rimarrà ancora. Resta che quando noi pensiamo alla sua potenza, pensiamo alla potenza di questo avere dato la vita. Allora adesso per questo, è vero, adoreremo la croce, celebreremo questa grande preghiera e faremo la comunione. Io devo poi alla fine, adesso, rapidissimamente chiedere scusa, perché ieri sera c'era un'intenzione nella liturgia, e me la sono assolutamente dimenticata, era quella che volevamo trasformare in un segno di affetto, di carità, di solidarietà, la colletta di ieri sera, insomma, quello che fosse venuto. In realtà io non l'ho fatto, alcune persone se lo ricordavano, quindi ieri sera mi hanno riempito di soldi, anche farsi, farsi. Una busta l'ho trovata nel mio studio ieri sera, undici e mezza, mezzanotte, abbandonata lì, tutta sgualcita, piena di soldi che non ho mai visitati così insieme, insomma, no, bisogna stare attenti un po', ti raccomando. Però la trasferiamo, ecco, perché non possiamo perderla. Avevamo pensato a questo problema della gente che in questi tempi sta perdendo il lavoro, ci chiedevamo se riuscivamo a mettere insieme una specie di borsa lavoro per qualcuno che potesse un po' recuperare una situazione grave, insomma, in cui si trova caduto. Ecco, in questi giorni c'è un affollamento, evidentemente, di questi gemiti, di questi problemi, e quindi mi sembra importante che noi ne teniamo vivamente conto. Allora adesso proseguiamo la nostra celebrazione, appunto, con questa preghiera universale. Grazie. Grazie. Grazie.