Grazie a tutti. Questa sera si trovano per quella famosa cena dove il più piccolo della casa deve dire che cos'ha di speciale questa sera e fa notare le novità e le singolarità che ci sono sulla mensa e questo dà al più anziano della famiglia la possibilità di dire che è una sera speciale perché appunto si fa memoria di quella famosa notte nella quale appunto i padri sono stati presi per mano. Dalla bontà del Signore e portati fuori dall'Egitto del male e della morte. E' molto importante che noi li abbiamo vicini e cari. Si capisce che come per tutti ci sono delle ombre quindi abbiamo certo preoccupazione per le vicende di Israele e per lo Stato di Israele. Certo si può pensare anche a una influenza non sempre positiva nella politica mondiale da parte delle comunità ebraiche più ricche, più potenti. Ma tuttavia resta assolutamente prevalente il senso di questa riconoscenza profonda e di questo stupore la cui energia non cessa perché non si può arrivare a questa cena senza quella famosa cena che ha dato inizio a tutto. Ed è molto bello che anche questa sera nella nostra liturgia noi abbiamo potuto celebrare quell'antica cena dei padri e questo prenderli per mano. E con commozione non possiamo non seguire la vicenda del popolo della prima alleanza e la sua fedeltà in tutte le terre, in tutte le culture, in tutte le vicende a celebrare questa sera come la creazione nuova, la storia nuova. Bisogna dire che proprio questo piccolo popolo di pastori erranti disperso poi in mezzo a tutte le nazioni ha custodito, ha preparato, ha proposto per tutti i popoli della terra questo inizio di un cammino che poi ha avuto nel Signore Gesù il suo compimento. Questa sera vi dicevo festa di nozze. Avete visto che abbiamo portato sull'altare dell'Eucarestia quegli oli che stamattina il nostro Vescovo ha benedetto nella Chiesa Cattedrale e che sono gli unguenti nuziali, che sono i grandi segni delle nozze dal battesimo al sacramento degli infermi. E' vero, la nostra vita è tutta una grande celebrazione nuziale. Questa celebrazione nuziale che appunto ha avuto questo fidanzamento lunghissimo nella storia dell'umanità e che poi è giunto alla sua pienezza, alla sua dilatazione, alla sua illuminazione suprema nel Figlio di Dio in mezzo a noi. E certo tutti i segni di questa potenza c'erano, ma è come se con Gesù tutto fosse diventato pieno, indiscusso. Per cui mi permetto di dare un piccolo suggerimento per la celebrazione della Pasqua quest'anno. Siccome abbiamo riconosciuto là fuori nel prato a ricevere il Signore che entrava a Gerusalemme una folla di poveri, e abbiamo pensato di stare attenti a questa parola che anche per altri motivi di contingenza nazionale, economica, sociale, è diventata una parola pericolosamente diffusa e anche seminatrice di angoscia, di preoccupazioni vere, ecco, teniamoci forse in questa prospettiva, noi siamo della povera gente, il Signore è venuto a cercare della povera gente, noi siamo dei poveri. Che conseguenza può avere questo sulla nostra celebrazione della Pasqua di quest'anno? Fate attenzione soprattutto a quello che Lui fa per noi, non preoccupatevi troppo di quello che noi dobbiamo fare per Lui. C'è un eccesso di questo, al punto che qualche volta sembra che questo Dio non faccia niente, bisogna fare tutto noi, fare i bravi, mettersi a posto, invece, no, è un piccolissimo frammento la nostra risposta, tutta la meraviglia della fede, sono le meraviglie che Lui fa per noi. Quindi in questi giorni abbandonatevi a questa contemplazione, a questa assimilazione profonda dell'amore di Dio e della sua potenza, perché qui sta il dono. Lui con che forza viene in mezzo a noi? Non sembrano più i prodigi della prima alleanza, il mare non si apre, non piove pane dal cielo, l'acqua non scaturisce dalla roccia, il monte non si infiamma. Ma tutti questi si rivelano come segni preparatori e in fondo piuttosto ancora pallidi e ancora retrivi rispetto a quello che in modo assoluto è il dono di Dio, la sua potenza. In che cosa Dio è potente? È in una cosa molto semplice, che ci vuole bene. Qui sta tutta la potenza di Dio. Noi fuggiamo da Lui, ci opponiamo a Lui, chiudiamo la porta, ma Lui vince implacabilmente perché è potente. E il gioco riesce perché la sua potenza è l'amore. Viene avanti con questa forza. Al punto che c'è un certo orientamento dal quale non mi sento lontano, a pensare che poi forse per altri aspetti non è più tanto potente, oppure non è neanche particolarmente interessato a far vedere che è potente anche sotto tanti altri aspetti. Ma questa è di fatto la potenza suprema. Dio è potentissimo perché è ricco d'amore. E quindi anche questa sera, vedete, Lui è qui e ci conquista e ci prende. E non importa com'è la condizione della nostra vita. Siamo poveri peccatori, persone turbate, dubbiose. Siamo persone per molti aspetti che si sentono quasi fuori dal gioco. Non importa, non importa. È così travolgente la potenza dell'amore di Dio che le nostre condizioni questa sera si possono lasciare da parte. Basta lasciarsi mitemente afferrare da quello che Lui questa sera vuole compiere per noi, in noi e insieme a noi. Appunto questa grande unione d'amore. È convinto nuziale dell'amore, appunto, vi dicevo, dice la colletta di questa sera. Bisogna accettare di essere voluti bene. Bisogna lasciarlo volerci bene. E nessuno ci chiede che ci siano delle condizioni perché Lui ci voglia bene. Sapete, ogni tanto noi ci troviamo davanti a questo gioco rovesciato. Non è che Lui ci vuole bene perché noi lo meritiamo, perché ci convertiamo, o perché finalmente abbiamo messo insieme qualche cosa di buono. Ma qualche volta facciamo qualche cosa di buono perché Lui ci ama. È questa potenza prepotente dell'amore quella che ci vince. Noi questa sera siamo qui per far festa a questo. E far festa quindi a questa signoria, appunto, potente e prepotente, che Lui manifesta, secondo quello che abbiamo ascoltato dalla memoria evangelica di Giovanni, rovesciando i termini, è vero, della vicenda. Perché Lui è il Signore. Lui è il Signore e il Maestro. E come fa a conquistarci? Passa dall'altra parte e si fa nostro servo. Questa è la potenza assoluta del suo amore. Capite che non è un amore qualsiasi di beneficenza, di benevolenza, di compassione. È vero di aspettare che succeda qualche cosa di buono, di sopportare le nostre cattiverie. E no, è molto più forte, è radicalissimo. Lui si fa servo d'amore per noi. E quindi manifesta la potenza della sua signoria facendosi servo. È uscendo dalla sua condizione di nostro Signore e Maestro e mettendosi davanti a noi in questa lavanda dei piedi, che è la condizione più umile del servo. Leggevo in questi giorni dei testi molto belli che dicono che molte volte ci sono dei servi delle memorie dell'Antico Testamento, che fanno anche delle parti importantissime. Per esempio vanno a cercare la moglie dei figli del patriarca, no? E quindi svolgono delle missioni di altissimo livello diplomatico, spirituale. È vero? Ma lui questa sera invece fa il servo nell'ultima definizione del servo. E ci lava i piedi. E quindi umilissimo, perché deve prepararci già alla liturgia di domani. Ed è questo che va semplicemente afferrato. Capite? Perché è questo che fa sì che il suo amore sia assolutamente senza condizioni, senza preparazioni nostre, senza che qualche cosa sia chiesto a noi di mutato nel nostro animo, nel nostro cuore, nell'interpretazione etica della nostra vita. Niente, niente ci precede. Noi dobbiamo avere questa possibilità questa sera. La Chiesa deve poter questa sera celebrare in pienezza questa totale gratuità dell'amore di Dio. Tu sei invitato e sei primo tra gli invitati, semplicemente perché sei qui. Siccome sei qui, intanto questo essere qui vuol dire già molto. Vuol dire tutta una storia di grazia, di benedizioni, di doni, di ricerca che Lui ha fatto di te. Nel giorno, nella notte, nei deserti, nelle vie del peccato, nelle vie della tua stanchezza, del tuo dolore. Ti ha cercato e ti ha trovato, stasera sei qui. E quindi, senza condizione, sei qui per essere stupito della potenza con la quale prepotentemente Lui vuole te e la tua vita. Bisogna lasciarsi vincere. E certo si capisce, è istintivo anche quindi percorrere la fila, è vero di quei dodici, che sono i dodici, che rappresentano però l'umanità intera e tutte le sue variabili, anche tutti i suoi problemi. Anche a Giude e il traditore sono stati lavati i piedi. È vero, è vero, ha dovuto vincere la perplessità di Pietro, che inevitabilmente tentava una ricostruzione religiosa di Dio, che vuol dire mettere Dio al posto giusto, ma che cosa ti salta in mente? Adesso ti metti a fare il servo, ma non si fa così. Gli dei per bene, quelli normali, fanno diverso, insomma, gli si va a fare delle riverenze. Che cosa c'è dentro quel tu non mi laverai mai i piedi? Cose pericolose, secondo me. Bisogna invece accettare che tutto il mondo, in un certo senso religioso, venga superato da questa potenza dell'atto di fede, che è prima di tutto la fede di Dio. Che si comunica a noi con questa potenza e ci avvolge in una storia nuova. È questo che conta. E allora, quindi, quella sottile obiezione di Pietro è importantissimo che il Signore la vinca, e notate, la vince in un modo severo, perché gli dice, guarda, che se non ti lavo i piedi tu non hai parte con me. Quella parola parte è una parola preziosa, che vuol dire l'eredità di Dio, che vuol dire il compito che ti ha segnato, il senso della tua vita. Perché poi appunto il Signore ci dirà che non solamente Lui ci lava i piedi, ma abbiamo il privilegio di poter essere l'uno per l'altro così, l'uno all'altro lavare i piedi. E quindi la possibilità straordinaria che nessuna religione può supporre di ereditare qui nel tempo della storia, nella povertà e nella fragilità della nostra storia, il gesto di Dio. Quindi noi, capite, possiamo celebrare Dio, noi possiamo entrare nel gesto di Dio. Allora, tutto questo è chiaro che non può avere più delle condizioni, delle gerarchie, delle ascensioni. Bisogna accettare questa specie di incongruo di Dio, questo assurdo di Dio che si fa servo. Questo è molto importante accettarlo, perché altrimenti si rischia di non capire niente. Tanto che è molto difficile dal punto di vista del pensiero e anche della prassi della comunità cristiana, poi non ricostruire in realtà faticosamente una piramide, una torre sulla quale bisogna rampicarsi, perché se si riesce a rampicarsi si arriva forse a raggiungere anche Dio. Ma Dio non ha nessun bisogno di essere raggiunto da noi, perché è Lui che raggiunge noi. Lui da noi ha bisogno solamente di mitezza, e quindi forse ha anche bisogno della stanchezza del povero, forse ha anche bisogno dello scetticismo del peccatore, che ormai fa fatica a pensare che la sua vita possa essere diversa da come è. E quindi di fatto è questo che ci dà la possibilità di un accesso immediato. Noi adesso celebriamo questo gesto della lavanda dei piedi. Ognuno però di noi credo sia bene che lo guadagni per sé in qualche modo questa sera, che in qualche modo colga come il Dio in Gesù Cristo si fa a suo servitore e gli lava i piedi. E' solamente questo che Dio questa sera ti chiede, che in termini semplicati vuol dire consentigli, permettigli di volerti bene. E di volerti bene così, come sei, ti sorprende questa sera, in questo tratto della tua storia e dell'avventura della tua vita, come sei, con quali pensieri, con quali dicende, con quali speranze o sconfitte, con quali illusioni o con quali memorie dolorose della tua vita. In qualunque modo, questa sera, lasciati prendere per mano. E' quello che noi celebriamo in questo inizio del Trivuo Santo, che ci porterà fino alla gloria della Ressurrezione di Gesù. Lo seguiremo con attenzione, con trepidazione, ma soprattutto con mitezza. Mi raccomando, continuiamo a camminare in queste ore prossime, con grande mitezza, stando a vedere e ad ascoltare che cosa la bontà di Dio ha preparato per noi. E' possibile stupirsi, è possibile dare una piccola rispostina con un canto di gioia, ma non bisogna disturbare troppo l'azione di Dio. Una volta tanto, lasciamolo fare. Non c'è bisogno che sia sempre noi a far bello. Allora, questa volta, in questi tre giorni, in questo mirabile cuore della nostra fede, permettiamoci di sostare con vitezza e di osservare con stupore quanto sia buono. Quanto più alto fosse il debito della nostra vita, tanto più grande sarà lo stupore, è vero? Quindi quanto più ognuno di noi sarà convintissimo di non essere degno del dono di Dio, tanto più ne rimarrà meravigliato. È vero? Perché questa sera non ci sono condizioni. Mi permetto di ripeterlo. Non poi abbiate la tentazione di chiedere, però, allora? Non c'è. Questa sera non c'è. Ognuno che è qui gli è caro, come è segno, fra l'altro, di quanto gli sia caro tutto quel mondo che è al di là di quest'aula, mondo che noi portiamo nel nostro cuore e che io vi ho chiesto di portare questa sera alla grazia della Divina Liturgia. Questa sera solo ammiriamo la potenza di Dio a volerci bene. Grazie.