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-S.Francesco 19991003 GiovanniNicolini (mono).mp3

Data: 03/10/1999

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

La domenica, in compagnia di queste parole che adesso abbiamo ascoltato, è stata anche di una certa fatica, di una certa pena, perché non riuscivo a capire dove il Signore volesse condurci. Questa faccenda di questa vigna, che evidentemente per noi viene spontaneo identificare con la nostra comunione, con la nostra affettuosità familiare, peraltro così che non produce, insomma questi vignaioli non vogliono rendere i frusti, è vero? Cioè mi preoccupava. Ma è interessante questo piccolo dramma, diciamo, esegetico, perché rivela un problema contro il quale abbiamo cercato sempre di combattere in questi anni. Cioè forse un prete corre sempre il rischio di fare una lettura del Vangelo per la gente o per la sua gente, che in fondo un po' forse lo stacca già dalla sua gente, come se sempre dovesse in qualche modo essere preoccupato di ammaestrarli, di esortarli, magari anche di sgridarli, non so. Invece il tentativo che mi pare abbiamo fatto in questi anni è stato quello di collocarci insieme davanti al Signore e davanti alla Sua parola, tutti come i Suoi figli, tutti come discepoli, tutti come poveri peccatori, tutti come gente che ha bisogno di essere perdonata, illuminata, consolata. Allora è come se sempre bisognasse trovare questa strada, è vero? Dove ognuno di noi riceve questa parola dalla bontà di Dio, dalla sua stupefacente misericordia e dove il padre, il figlio, l'anziano, il piccolo, tutti hanno bisogno di essere salvati. Tra l'altro domani la Chiesa nostra celebra San Petronio, la festa di San Petronio, con quel bellissimo testo del Vangelo dove Gesù raccomanda che nessuno si faccia chiamare maestro perché siamo tutti fratelli e nessuno si faccia chiamare padre perché uno solo è padre, quello dei cieli. Allora effettivamente questo mi è servito per ritrovare un certo criterio che quasi spontaneamente è nato fra di noi, per cui nella nostra vita se ci sono relazioni, grazie e responsabilità diverse, quando poi però arriviamo a essere incontrati da lui e dal suo abbraccio di sapienza ed affetto senza fine, siamo proprio tutti uguali, vero e anzi credo che ognuno di noi più istintivamente a quel punto si collochi in un posto piccolo e abbia il bisogno e il desiderio di essere preso per mano dagli altri. Certamente in questi anni questo sostegno caritatevole per accogliere il Vangelo del Signore lo abbiamo molto sperimentato. Si che poi pian piano, fino a ieri sera e poi anche stamattina, tutto mi si è come più chiarito nella mente e nel cuore, proprio provando a collocarmi nella posizione giusta, quella per la quale la parola di Dio quando noi l'ascoltiamo è prima di tutto rivolta a noi e parla di noi, il Signore parla di noi e noi riusciamo a entrare con qualche passo dentro il Vangelo del Signore quando finalmente entriamo in questa cosa su te volete. Ma guarda, parla di me. Ecco, si che mi ha molto poi alla fine aiutato a pensare che quella vigna del Signore è ognuno di noi e quindi in realtà poi io sto, io per te, per te. E quindi penso che questa sera appunto qualche pensiero che desidero comunicati prenda questa strada. Ecco, mi sono ritrovato come questa vigna del Signore che vale molto, eh, la vigna del Signore. Vale molto perché il Signore la ama molto. E quante volte, è vero, ci siamo dovuti accorgere di questo, che la gente non vale per quel che vale, ma vale per come è amata. È vero, per cui le persone del nostro cuore valgono molto, è vero. E le persone che Dio ha collegato ai nostri affetti valgono moltissimo e possono esserci anche in loro ombre, fatiche, errori, ma siccome noi le amiamo valgono molto. Anche noi, ognuno di noi vale molto. Questa è un'assemblea di gente che vale molto perché è molto amata, molto amata. E che è molto amata dal buon Dio, è vero. Prima di tutto, molto amata dal buon Dio. Tutte le volte che guardiamo i crocifissi, li valutiamo, è vero, quanto gli siamo cari, e quanto gli siamo costanti cari. Ecco, e bisogna dire che anche di questa vigna, se si va dalla descrizione sia del profeta Isaia che del brano del Vangelo, non è che ci sia una descrizione della vigna, i grappoli, i tracci, niente. Ma si dice che la vigna vale molto per quello che questo Dio contadino fa intorno a questa vigna. Stomattina mi ricordavo proprio la gioia di queste settimane quando da piccolo arrivava a casa tutta la grande vendegna della campagna e c'era qualche famoso pomeriggio nel quale veniva concesso anche a noi piccoli di saltare dentro a questo grande pino che veniva riempito di tutta l'uva che era salita dai campi e potevamo pigiare. Mi siete lavati i piedi, sì, sì, e via. E mi ricordo proprio che festa. Ed ero così piccolo in quel momento che il bordo del pino era più alto di me, quindi vedevo il cielo e tutti i grappoli. E mi ricordo un vecchio contadino che da fuori diceva, sì, ti ubriacherai, è vero, adesso con tutto questo profumo dell'uva che sale. Festa di questi giorni, di queste stagioni, Dio contadino che ci ama e che intorno a questa vigna amata ha scavato, ha zappato, ha piantato, ha fatto il muro, la torre, è vero? Sì che la cura di Dio per la sua vigna è quello che fa bella la vigna. È vero? Chissà se poi era tutta buona quell'uva, chissà poi se il vino veniva fuori sempre buonissimo. Da annata in annata, insomma, era sempre un po' a rischio la bontà del vino. Ma certo, era assolutamente certa la fedeltà dell'affetto con il quale questa vigna veniva curata. E come siamo stati curati bene? Quante cose belle e buone il Signore ha fatto per ciascuno di noi fino a stasera. Incontri, volti, persone. Tanto che, come sempre, ci capita di notare, se guardiamo indietro per un istante la nostra storia, anche i passaggi stretti, le valli grigi, le ombre di morte. Poi globalmente sono tutte diventate parte di questa maestria del Signore nel far bene tutte le cose per noi. Come è stato buono il Signore, è vero? Fino a questa sera, fino a questa sera. Quanto bene ci ha fatto. quanto ci ha fatto vedere che gli siamo cari. Ecco, è proprio, è a questo punto, no? Ed è dentro a questa cura di questo Dio contadino, di questo gran lavoro fatto per ciascuno e per tutti, che poi c'è, certo, la constatazione scomenta, no? E ho reso niente. E ho reso niente. E questa uva selvata, tutto quello che si è cavato fuori. E il senso della ferita, della lacerazione della mia esistenza, dei pensieri smarriti, delle intenzioni lasciate cadere, dei tanti appuntamenti fissati da Dio e dalla sua carità mancati, dalla violenza dei pensieri, dei giudizi, dell'opera delle mani. Una vigna che non ha reso quello che doveva rendere. E io credo che sì. Più invecchiamo, più questa cosa ci viene avanti. Dio mio, Signore, siamo già verso la fine e fatto, abbiamo reso così poco. Tanto che questo senso di desolazione che voi potete capire in questi giorni è particolarmente accentuato per motivi di passaggio e di memoria, no? Si ha quasi paura, ho quasi paura certe volte, ad acciarmi alla memoria della mia coscienza. Perché accanto ai segni luminosi devo accettare di vedere grandi baratri di negazione, grandi baratri di infidelità, di violenza. E certo, e quindi è inevitabile che ci sia questa desolazione di non sarei con me. Nella coscia che mi viene a visitare al pomeriggio, sempre mi viene questo pensiero. Ho già quasi interamente vuotato il mio calice. Sto per essere riconsegnato e non ho niente da portare. Se non un carico che certe volte mi sembra diventi pesantissimo. Mi sembra qualche volta di aver fatto praticamente solo male. E anche del bene che magari potrebbe essere registrato, diviene sempre, no? Quel sottopensiero inevitabile che ti perseguita, per cui in fondo forse hai fatto cercando te stesso e poi per orgoglio e poi e via e via. E la vigna è anche inevitabilmente desolata. Tanto che, secondo il salmo responsoriale che abbiamo cantato, questo straordinario salmo 79, nasce poi a un certo punto un perché, no? E devo dirvi proprio francamente che qualche volta sulla desolazione della mia vita nasce un perché. E direi, signore, perché poi? E questo perché? Certo, a me come riferimento. Ed è lo sgomento di questo seme gestato per niente. Di questa fatica della croce che in me non ha trovato fecondità. E quindi che certo questo perché è rivolto a me? Chi è che ne ha colpa? Vero? Chi è che ne ha colpa? Quando siamo portati davanti al Signore e alla lucidità e alla bellezza della sua persona, a chi ho da accusare io? Capisco che l'accusa tanto è giusta, violenta e anticristiana, tanto è banale, no? Perché se c'è qualche cosa è qualcuno di cui mi devo lamentare. Di chi poi alla fine mi devo lamentare? Circa l'infruttuosità della vigna, se non in fondo di me stesso. Avevo sperato, dice il Signore, che producesse uva buona e invece non ha prodotto niente. Un po' di roba selvaggia. Però certo, bisogna dire, ve lo confesso, forse per orgoglio mi capita, forse capisco che è anche una stappatoia, forse. Però devo dirvi che qualche volta questo perché della stanchetta della sera mi viene quasi istintivamente di rivolgerlo a lui. Dio mio, non perché lo voglia accusare, no? Ma mi viene da dire, Signore, ma perché? Perché tu però hai permesso questo? E quindi non è che vogliamo fare un'accusa a Dio, però della nostra vita frantumata vorremmo chiedergli perché. Anche perché in fondo c'è stata questa bellezza della creazione, il fascino di questa storia, l'affetto dei nostri genitori, gli occhi dei nostri bimbi, l'amore per le persone che abbiamo incontrato, è veramente stretto alla nostra carne, al nostro cuore. Perché poi tu hai permesso che fosse devastato il muro? Perché? E quindi è un perché che uscilla tra il peso di una coscienza ferita e anche l'enigma in fondo di, è vero, di questo Dio che permette la frantumazione. Perché lo fa? E questa è una domanda che secondo me non ha risposta. L'anno fa abbiamo commentato passo per passo, parola per parola, il libro di Giobbe e in fondo mi sembra di dover dire che almeno qui nella nostra chiesa noi non abbiamo trovato soluzione. Signore, ma perché c'è il male? E abbiamo capito alla fine di quella lettura che se c'era un elemento positivo era che Dio gradiva in fondo che per noi il male fosse un problema, fino a scoprire una cosa interessante, che forse anche per lui il male è un problema. I primi che vanno in paradiso ci manderanno un telegramma, una letterina, una poesia, ci informeranno, no? Che cos'è questa faccenda? E' vero? Certo che anche Dio è davanti al problema del mio male. Certo, io ho perso il suo giardino, ma anche lui ha perso me. Certo, la sua vigna non ha resi, ma anche lui è triste per questa infruttuosità. Ed è per questo, allora vedete, che nel compiersi della storia, dei misteri, degli avvenimenti, della esperienza, senza negare sapete tutto questo. Perché quello che io adesso vi ho detto è la parte interna del mio cuore, della mia preghiera. Ho pensato che potesse essere anche questa sera un'occasione adatta per lasciarvi, è vero, quelle tribolazioni dell'anima che poi sono sicuro sono specchiate anche in voi e da voi. Però senza negare tutto questo, indubbiamente, è vero, c'è questa storia, c'è questa storia straordinaria per la quale questa sera insieme a San Francesco vogliamo far festa. E cioè non è stato però solo così, c'è stato anche qualche cosa d'altro. Questa vigna povera, questa vigna così esposta a produrre niente, è stata affidata. Secondo la parabola evangelica è vero, io sono questa povera vigna delicatissima, ma lui mi ha affidato a voi. E questa è la grande fortuna della nostra vita, che ognuno di noi è affidato, che tu, no? Sei affidato a chi ti vuol bene, a chi continua a celebrare l'amorevolezza di Dio e intorno continuamente provvede, scava, sostiene, abbellisce. Per cui Dio, è vero, non è semplicemente un'assenza lontana che veglia. Per capire come va a finire, francamente sarebbe un po' crudeltamentale, ma per fortuna ha invaso la nostra vita di legioni di angeli, i volti del nostro amore, della nostra consuetudine, della nostra familiarità, che provvedono a noi. E non solo per i bimbi, eh? Non solo per te devono provvedere gli angeli e quell'angelo che è tua mamma. No, anche per me che sono un vecchione. E magari quell'angelo sei tu qualche volta. Che piccolo bambino però, picchini su di me, che sono più piccolo di te anche se sono grosso, perché sono diventato piccolo nella speranza o nella pace e ti prendi cura di me con il tuo sorriso. Sì che ognuno è angelo all'altro in una perfetta reciprocità dalla quale ognuno di noi è la vigna del Signore, ma è anche parte di coloro ai quali la vigna è stata affidata. Qual è la mia esultanza? L'essere stato consegnato a voi. Voi che mi siete madre, padre, fratello, sorella, amico, angelo, profeta. Certo anche ammonitore. Certo partecipe con me della mia stessa fatica, del mio travaglio, della mia sconfitta, ma soprattutto questo segno straordinario che Dio non ti abbandona, sì che quando tu sei venuto a trovarmi e mi hai perdonato, quando tu pazientemente mi hai aspettato, quando tu hai cercato nel tuo cuore sentimenti di tenerezza e mi hai fatto festa, io ho percepito che Dio non mi abbandonava. Com'è bello che la nostra vita sia stata affidata, anche perché appunto voi poi siete dei vignaioli bravi, siete quelli dell'ultima ora, è vero? E di questo certamente abbiamo le prove quasi storiche. Giovanni ha le prove storiche, che voi non siete i vignaioli che uccidono quelli che vanno a prendere i frutti. Non avete mai ucciso nessuno, no? E adesso perdonate la connotazione più autobiografica, che è solo però lo scopo di spiegare il Vangelo. In fondo, come siete stati anche buoni tutte le volte che un qualche servo di Dio è venuto a chiedere qualche cosa, avete sempre detto di sì. Forse siete stati anche troppo imprudenti, per cui adesso ci tocca dire un sì un pochino più forte, è vero? Ma mai vi siete lamentati. E il cuore di questa famiglia è stato sempre aperto. E quindi è venuto un servo a dire adesso vieni qui, poi vieni di là e poi sempre di più. E voi sempre con mitezza avete dato i frutti. Vorrei spendere una piccola parolina anche su questi frutti, no? È vero? Voi avete concesso che il servo portasse via i frutti di questa vigna, di questa povera vigna, che funzionava perché era affidata a voi. E quali erano i frutti? Quando sono andato in giro a Bologna e per le parrocchie mi dicevano fai il predichino qui e adesso che mi posso occupare un po' di più e sono lieto di questo, anche di povera gente, di chi viene da lontano, di chi non ha da dormire nella notte, di chi è abbandonato e solo. E quali sono i frutti che io posso portare e riversare siete voi? Credo che qualcuno sappia bene che io parlo sempre di voi e spiego sempre il Vangelo attraverso voi. In genere partendo dai più piccoli di voi, da Massimo, da Carlino e poi via via fino ai miei nonni, io parlo sempre di voi. Perché in qualche modo per me è impossibile ormai dissociare il Vangelo della mia salvezza da voi che di questa salvezza siete gli operatori, il segno, i custodi, gli allegri amici. E' vero? Quindi sempre parlo di voi. Come faccio a parlare del Vangelo senza di voi? Non ho frutti miei, non ho frutti miei. Ho i frutti della vostra carità e della vostra sapienza in me, sempre, sempre questo. Se ho un problema questa secola di dire, oddio mio, mi mancherò un po' di più, avrò qualche cosa da dire, se dovrò essere un pochino più scostato da voi. I frutti preziosi. E quindi certo, questa sera è festa, mi raccomando, questa sera è proprio festa. È festa di questa vigna che è povera e infruttuosa, fino a dei perché che sono l'angoscia della morte. E insieme però è più forte, è la vicenda per la quale ognuno di noi, malgrado tutto, porta frutto perché il bene che gli altri li vogliono, ma sì che ci siano preziosi frutti che nella sua povera vita nascono e crescono. È vero che nessuna realtà nega l'altra, capite? Nessuna realtà nega l'altra. Nessuno è solo una vita improduttiva, nessuno certo potrebbe abbandonarsi in una specie dell'illusione pazza di una qualche fecondità della sua vita, ma diciamocelo chiaramente, chi lo è? Se non per quello che ha ricevuto. Cosa abbiamo da dare noi? Se non quello che ci è è stato regalato dal buon Dio attraverso le labbra, gli occhi, le mani di tutti quelli che abbiamo incontrato. Splendore dunque di una vigna che viene protetta e di una vigna che viene riconsegnata. Splendore di una responsabilità dell'amore che non imprigiona coloro che vengono amati, ma azi li libera. E vorrei questa sera anche dirvi che tutto è stato più premiato ancora dal testo della Lettera ai Filippesi perché mi è stato sempre più chiaro che devo portarmi via questi versetti dell'Apostolo come in qualche modo il vostro bandato, il vostro affidamento. Se avrete modo di rileggere un testo molto bello, forse sembra un po' complesso, ma poi pian pianino si illumina facilmente alla coscienza, al cuore. Intanto la cosa importante è che ci sono due grandi auguri di pace, pace, pace, ma non auguri. È vero come si fanno in questa povera terra dove tutto è incerto, ma da parte vostra una consegna certa. La pace del Signore ti custodirà. Non c'è un regalo più bello di questo. E insieme due raccomandazioni che mi sono particolarmente importanti, più un terzo riferimento. La prima raccomandazione riguarda questa relazione delicatissima tra l'angoscia e la preghiera, tra l'ansia della vita e la preghiera. E quindi vi porto via questa vostra raccomandazione di fare attenzione a non lasciarsi sommergere dalle preoccupazioni e dalle ansie, dalle angosce e dalle tripolazioni, tenendo alta sempre questa preghiera. Cioè facendo in modo di riconsegnare tutto, invece di immagazzinare nel cuore e tenere dentro, che è un grande errore, subito tutto riconsegnare al buon Dio, però con quell'avvertimento delicato che mi date questa sera attraverso l'Apostolo, dove mi dite stai attento però, deve essere una preghiera di supplica insieme a ringraziamento però, stai attento, insieme a ringraziamento. Non far mai una preghiera che non sia anche ringraziamento. Sta attento, però che non ti capiti mai, magari sì di pregare perché ti senti annegato fin qui, ma che quella preghiera sia solo angoscia, paura, grido ultimo, no? Ricordati sempre prima di rendere grazie. Certo. E' proprio vero che bisogna far così, no? Si ringrazia e si chiede. Si ringrazia per tutto quello che il Signore ha dato, per questa storia meravigliosa che mi ha regalato e poi si chiede, dammi la mano, non sono capace, Signore, non sono capace. E questo lo porto via sicuramente come il primo grande avvertimento. Ma anche il secondo mi è sembrato molto prezioso, perché è un invito a stare attenti a tutto quello che c'è di buono. Come mi fate piacere a dargli questo avvertimento? Devo dirvi chiaramente che è stato un po' al centro della speranza di quello che anch'io ho tentato in qualche modo di consegnare a voi. Mi fa un grande piacere che questa sera lo consegnate a me, perché di buono, santo e giusto c'è il buon Dio. Va bene. Ma c'è un po' il rischio anche di tenerlo chiuso nel tabernacolo, è vero? C'è un po' il rischio di isolarlo al di qua della porta della Chiesa. C'è un po' il rischio di non sapere gettare quel famoso ponte dell'allegrezza e della speranza per far vedere che il buon Dio non se ne è stato chiuso nella sua tenda, ma si è comunicato. Per cui ci sono un sacco di cose, di realtà, di volti, di luoghi, di circostanze. E ci hanno sempre divertito soprattutto quelle improprie, no? Quelle che si manifestavano là dove non si diceva. Oh, ma come? Proprio anche lì. Invece dappertutto abbiamo imparato a vedere la bellezza, la santità, la forza, la dolcezza. E voi mi mandate via con questa raccomandazione stasera, che è quello del tenere il cuore e la testa. Larghi! Larghi bisogna tenerli. Perché? Perché l'amore di Dio si è effuso nei nostri cuori, ha invaso la creazione, ha fatto nuove le relazioni, i pensieri. Persino le tribolazioni sono diventate nuove e quindi buone. C'è del gran bene, c'è del gran buono, c'è del gran santo da prendere in giro, è vero? Non è che possiamo chiuderci qui dentro, è vero? Il nostro radunerci qui è quel momento in cui il Padre ci abbraccia e teneramente ci bacia e ci nutre del mistero e della bellezza del suo figlio e poi ci dice adesso andate in pace. E noi con gli occhi lustri per come Lui ci ha illuminato, con gli orecchi nuovi perché Lui li ha riempiti della Sua parola e soprattutto con il cuore nuovo perché Lui lo ha rinnovato nella Sua infinita misericordia, ecco che ci accorgiamo di quanta bellezza, di quanta bontà, di quanta attesa di bene ci sia intorno. Noi non amiamo l'ipotesi di un credente schizzinoso, accidioso, dittelesco. La vita cristiana è la celebrazione di grandi nozze, di grandi nozze. Qualcuno mi dice Giovanni fai confusione però, dopo tu metti tutti insieme, fai un gran risotto alla campagnola, ma niente affatto, ma niente affatto. Il bene e il male sono diversi, ma a castiterina se sono diversi, sono la fatica e il pianto del mio cuore e della mia carne tutto il giorno perché vengo sconfitto, voglio che non lo sappia. E però questo non toglie niente alla preziosità indicibile di ogni persona, di ogni frammento di storia e perché no anche del più piccolo elemento della santissima creazione di Dio, che Dio ha fatto per poi riempirla di sé e tutto diventa segno di Lui. È importantissimo che viate questa raccomandazione. Ci possono essere delle sere di tristezza o di stanchezza, no? Dove in qualche modo potresti rischiare di ritornare al buon Dio come un rifugio antiaereo, no? E dice porco che ero perostante tacche, oggi aspetta che mi rifugio. Ma non è così perché Lui è il padre di tutti e anche di loro, è amante di tutte quelle vicende, di tutte, di tutte, perché tutte in fondo sono avvolte nel suo grande greppo di protezione e di fecondità. Per cui, l'ultima roba che ho sentito che mi dicevate era poi questa. Dici, ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me è quello che dovete fare, eh? È bellissimo, no? Dobbiamo cambiare forse le persone, insomma, per capirlo bene, ma è come se dicesse, o Giovanni? E siete voi a questo punto che lo dovete dire. Giovanni, quello che hai imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in noi è quello che devi fare. Di questo proprio vi ringrazio molto. grazie.