Eravamo abituati ad aperchire e subire una nota sottile e profonda di angoscia all'interno di questa liturgia per il contrasto drammatico tra la grande festa là fuori, quando lui è arrivato, e poi il precipitare della liturgia fino alla passione e alla morte di Gesù. Tanto che qualche volta ci è sembrato quasi un inganno quell'averlo accorto, segno della mutevolenza, spesso drammatica, dell'animo umano, che sembra così esposto a passare da un'acclamazione apparentemente entusiasta alla freddezza o alla durezza di un rifiuto. Soprattutto nelle vicende più preziose dell'amore, quante volte con sgomento dobbiamo accorgerci di questo improvviso capovolgersi e stravolgersi anche dei sentimenti più preziosi. Qualche volta questo cambiamento drammatico ci è sembrato nell'intenzione della maternità della Chiesa il proposito severo di ricordarci quanto il nostro peccato, qualunque volto e forma assuma, sia questa specie di improvviso voltare gli occhi del cuore e prendere un'altra direzione che uccide il figlio di Dio in noi e in coloro che ci sono accanto. questa interpretazione che sembrava appunto in certo senso insuperabile, in modo strano quest'anno, si è invece come sciolta, per cui la nostra celebrazione di oggi la stiamo vivendo nella percezione invece di una misteriosa unità di tutto. Forse non c'è dunque contraddizione tra la festa di prima e il dramma che abbiamo orora ascoltato e noi stessi, proclamato, partecipando alla lettura della passione della passione con quella molteplicità di voci, in gran parte tutte negative, del traditore, dello schermitore, di colui che mercanteggia il corpo del figlio di Dio, del politico cinico, della folla esasperata e urlante. Abbiamo dato voce a tutto questo e come sapete in questo c'è un piccolo grande segreto di verità e forse anche un invito sommesso e preciso di conversione perché credo sia importante quando si arriva a questo gioco della verità che è la passione di Cristo, ognuno trovare in qualche modo il suo posto tra coloro che lo hanno trafitto. Tra l'altro, come sapete, questo è una condizione per la felicità di Pasqua, dato il carattere assolutamente irrevocabile della profezia antica che Giovanni ricorderà e noi l'ascolteremo nella liturgia del Venerdì Santo, quando si dice contempleranno colui che hanno trafitto. C'è un solo grande peccato ormai, appunto celebrato in modi e forme diversissimi, c'è un solo peccato che è questo attentare e soffocare la presenza e la vita del figlio divino, dell'umile nostro fratello Gesù, in noi stessi o nella non verità delle parole dei gesti o nel fratello che ci è accanto. Tra l'altro appunto è evidente come anche la necessità che è stata avverdita di sottolineare che quest'anno celebriamo queste giornate a due passi dal teatro orrido della guerra. Tutto questo evidentemente sottolinea questa aggressione colossale nei confronti del figlio di Dio, soprattutto nella persona e nel corpo dei più piccoli, dei più feriti, dei più forti, dei bimbi, degli innocenti, dei vecchi, dei malati. Ma tuttavia, dicevo, è avvenuto quest'anno il dono di una strada che in questo momento recupera, mi sembra, tutto in una serena unità. È stata forse la lettura durata per lunghe settimane, una lettura anche travagliata qui nella nostra chiesa feriale del libro di Giobbe. E quindi la ripresentazione è avvenuta a noi del dolore, del male, come un mistero che non si può sciogliere. Siamo rimasti anzi molto colpiti nel dovere concludere, mi sembra con forte evidenza, che il male è un problema dell'uomo, perché prima di tutto è un grande problema di Dio. Tanto che sempre più, e abbiamo avuto conferma in altri testi della scrittura, Dio stesso alla fine sembra non accettare di entrare in ipotesi di spiegazioni facili e di scorciatoie deludenti e preferisce porsi davanti al male, non tanto per chiedersi insieme a noi ma perché accade, quanto per domandarsi se una cosa tanto assurda e violenta come il male, mistero più forte della nostra vita, abbia forse una sua direzione di vita. Tanto che forse tutto il mistero cristiano si può pensare come questa determinazione da parte di Dio di entrare in gioco con il male e di vedere che cosa può scaturire da questa sua immersione nel dramma del male, così come questa mattina l'abbiamo ancora sentita ricordata dalle parole dell'Apostolo quando ci ha detto che appunto il Dio in Cristo non ha tenuto come condizione di privilegio di rapina il suo essere alla pari di Dio ma è precipitato nella nostra carne, nella nostra storia e nell'obbedienza al Padre si è fatto obbediente fino alla morte dello proprio, alla morte della croce. E quindi si può pensare come poi cantano molte canzoni antiche della Pasqua a questo grande e il duello tra il male e Dio, tra la morte e la vita. Se tutto questo ha avuto poi appunto un forte incentivo nei nostri cuori attraverso il testo di Giove, credo che poi l'ultimo atto di accostamento a questo sia stato proprio quello di domenica scorsa. L'Azaro, cioè. e quindi lo splendore e la seduzione di quel pianto che lo attraeva verso di noi. E quindi quel suo approssimarsi alla nostra ferita e ricordate quell'andargli incontro di Marta prima e poi di Maria e del pianto di Maria e dei Giudei e di lui che quindi provocato da questo pianto diceva dove l'avete posto. E lo conducevano all'amico morto. E lì finalmente lui piangeva. In quel momento preciso il suo pianto però diventava in modo assoluto e indubitabile la scrittura dell'amico morto. E dicevano guarda come lo amava. Benedizione divina al pianto che diventa da allora non più il segno di una tebolezza umana ma il segno divino della partecipazione al nostro mare. Evidentemente però questo male e questo pianto sul male fino alla morte non ci avrebbe strappato dalla prigionia se Cristo non avesse potuto gridare l'Azaro. l'Azaro viene fuori. È stata proprio la domenica passata che ci ha in qualche modo poi spinto e presentato alla domenica delle parme. Se ricordate facevamo addirittura una notazione geografica perché il sepolcro di Lanzaro è proprio a pochi passi sulle pettici del monte degli olivi dalla strada che il Signore deve compiere giungendo da gente dal deserto accolto dalla gente nel villaggio di Benfage vicinissimo a Betania. Pochi passi. Pochi passi abbiamo fatto questa settimana e ci siamo spostati dunque dallo stupore del sepolcro scopericchiato e della vita riconsegnata a Lanzaro. Vieni fuori, scioglietelo e lasciatelo andare e con Lanzaro siamo venuti appunto qui accanto a ricevere il nostro Signore. Ma Lui sa appunto che viene a noi come è andato a Lanzaro. Lui sa che viene da noi non per una formale investitura regale ma perché abbiamo un terribile bisogno di Lui. Perché in noi stessi non siamo più capaci oltre certi limiti di trovare parole e pensieri e gesti della vita. E abbiamo paura della nostra facilità a esporci a rassegnazioni e addirittura a giustificazioni della terribile liturgia della morte come evidentemente anche la nostra fragilità sapienziale mi sembra sta vedendo in questi giorni. Permettete una modesta annotazione autobiografica quando avevo trent'anni di meno. di meno per le vicende che si erano passate, per l'amaro ricordo di due guerre terribili e inutili, per tutto quello che sembrava maturato anche nel pensiero e nella coscienza particolarmente dei popoli europei trent'anni fa pensate quanto ero stupido. Ero ormai convinto che la guerra fosse tutta via. avevo certo accanto a me delle conferme preziose, una certa riproposizione della parola di un uomo come Francesco D'Assisi, il Magistero del Papa Giovanni, la forza straordinaria di provocazione e di annuncio di pace che veniva dalla nostra stessa chiesa per il ministero epistopale del Cardinale Lercaro e dei grandi discorsi sulla pace che ricordo il vecchio Don Giuseppe stendere in una stanzina della casa della carità di Cordicella. Allora ero proprio certo che la follia assolutamente omicida in modo universale della prospettiva della guerra faceva della guerra finalmente un'utopia orrenda e la parola era usata con un certo gusto perché il pessimismo inevitabile d'altronde del pensiero occidentale aveva assegnato ormai questa parola non alla guerra ma alla pace e si era certi che se c'era un'utopia era quella della pace. Siccome invece avevamo appreso la bellezza e la verità di quello che l'Apostolo dice scrivendo ai suoi fratelli della chiesa di Efeso che Cristo è la nostra pace e che dunque la pace non è semplicemente l'assenza della guerra ma è l'abbattimento del grande muro di separazione ed è la riconciliazione in Lui di tutto ciò che è diviso, i nostri cuori erano allora pieni di questa serena e certa speranza essere finalmente la guerra, un'utopia negativa che la cultura dei popoli doveva ormai lasciare da parte. Con orrore da alcuni anni abbiamo assistito invece a questa ripresa della giustificazione delle armi anzi della rassegnazione, anzi della razionalizzazione. Quando mi sono accorto che sulla prima pagina del giornale si potevano fare incontri di quanti morti poteva fare uno strumento di distruzione e quindi ho capito che ci stavamo riprendendo la guerra in casa. Badate bene, non è che evidentemente sia consentito e la sapienza alta di questa assemblea che frequenta il Vangelo lo sa bene non è che eliminare quel fenomeno terribile che noi chiamiamo guerra elimini poi la terribile guerra delle coscienze, dei cuori quelle guerre talvolta crudelissime che si instaurano nei rapporti tra l'uomo e la donna, tra le generazioni, tra i pensieri. Certamente, certamente, non è che si potesse pensare che sarebbe stata stupidità che quindi era vinto il male ma certamente pensavamo che ne potesse essere sconfitta un'espressione collettiva così drammatica e così insensata quasi una specie di suprema peffa demoniaca perché tutte le volte scendeva poi un sipaglio e si vedeva la perfetta inutilità di quel grande massaggio che si era accettato o subito o addirittura talvolta purtroppo voluto. insomma, forse tutte queste circostanze hanno fatto che questa mattina, quando lì in quel bel cortile, noi abbiamo celebrato il nostro desiderio del Figlio di Dio e abbiamo aperto occhi stupiti di fede sulla sua presenza in mezzo a noi. Forse è successo che è così forte la nostra coscienza della nostra ferita e del nostro bisogno che non ci stupisce poi che questa festa sia la festa del suo venire tra di noi a morire d'amore. non ci stupisce. Non ci stupisce anche perché la nostra vita è stata grazie al cielo segnata da tanti angeli e da tante profenzie che ci hanno sempre accompagnato e che sono le forze dello Spirito che ci hanno contotto fino ad oggi e voi sapete che sono tutti quei segni d'amore che fin dal principio hanno sostenuto la vita di ciascuno di noi e di noi tutti insieme per cui tutti noi possiamo dire con esultanza stupita che molti per noi hanno dato la vita. Per noi quindi non è stranetta. In fondo non è scandalo, no? Capite? In fondo non è scandalo che di fatto poi venga atrocitissimo. perché sappiamo che da Cristo in poi questa coniugazione assoluta tra amore e dolore fa sì che l'amore possa arrivare alla sua forma suprema e diventi grembo di vita e potenza di dare la vita. Una specie di capovolgimento del proverbio sciocco e crudele che dice Morstua vita mea, un capovolgimento per il quale in Cristo può dire che la sua morte è la mia vita, è la nostra vita. E quindi non solo non ci stupisce ma ci riempie di pace, di tenerezza, di speranza il fatto di avere accolto questa mattina in mezzo a noi, il figlio di Dio che è venuto obbediente al Padre a dare la vita per noi. È proprio così, è proprio per questo che è venuto. Non è venuto semplicemente per instaurare anche una nuova sapienza delle cose del mondo, una nuova rentitudine del governo dei popoli che sarebbe già molto, ma che di fatto invece, come sapete bene proprio da questi mirabili giorni, non può essere che il frutto di quello che è l'atto fondamentale dell'esistenza, quello che giustifica l'esistenza di ciascuno di noi che abbiamo ricevuto da Dio la vita perché possiamo ciascuno, nella modestia del suo linguaggio esistenziale, e quindi non può essere che il frutto di Dio la vita sia per noi. E quindi vale a dire dare la vita. Per questo noi siamo. E per questo dunque il Cristo è venuto in mezzo a noi questa mattina e nella nostra festa per l'ultimo passo di questa sublime pedagogia dell'amore che appunto insegna a ciascuno di noi la bellezza luminosa della via di Cristo. Ricorderete forse Tommaso che domenica scorsa, con quel picchio e quella genialità che gli è propria, davanti alla decisione di Gesù di compiere a motivo di Lattaro il pericoloso viaggio verso la Giudea, sembra avvoltarsi verso gli amici dodici e dire andiamo anche noi a morire con lui. E non c'è più niente di funebre, né di masochistico, né tantomeno di suicida, ma c'è proprio già tutto il freddo, la speranza, di un significato nuovo e profondo della nostra vita e di una bellezza nuova di tutta la storia. Perché in fondo, vedete, noi siamo qui questa mattina ancora, ammiratissimi della vita. E mi piace tanto vedere la bellezza della vita negli occhi del mio bambino, ma ancora di più mi rallegra quando questa bellezza della vita emerge da una parola di ammirazione di una persona magari avanti negli anni, magari ferita, magari provata dall'esistenza e che dà coraggio a un vecchio prete dicendogli ma Giovanni com'è bella la vita. E' vero. Com'è bella la vita. E com'è bella questa vita che l'amor di Dio ha creato e che in Cristo ha riempito di sé fino a farne la radicale, unica sapienza. Noi pensiamo che sia qui per cantare l'amore di Dio, la bellezza fragile di un fiore del campo e siamo qui a pensare che quell'innocente che accanto a noi misteriosamente si spegne e che susciterebbe in noi un urlo di ribellione anche lui nel suo brevissimo passaggio in mezzo a noi innocente e morto è di fatto vittima d'amore e quindi anche lui a porre una nota assoluta di bellezza a questa vita consumata nell'amore e per l'amore. Dunque ecco, Gesù è venuto in mezzo a noi. Noi non ci sentiamo più, bere lì e abbandonati. E anche le stesse ombre che possono esserci nel vostro cuore, che possono essere talvolta alla vostra percezione troppo difficili, troppo complesse per essere comprese e pensate, non potete pensare che sappiamo risolverle in sé stessi e con i limiti del nostro cuore e della nostra mente. Va consegnato. Tutto va consegnato. Stamattina tutto va consegnato. È venuto per prendere su di sé tutte queste ombre che per farne la sua croce d'amore. Tutto va consegnato. Gli va tutto raccontato. E questa settimana, capite, non ci deve essere fatica o pianto o lacrima o delusione o amarezza del vostro cuore che voi non dobbiate in questi prossimi giorni consegnare tutto a lui rapidamente. Per fortuna, Signore, che sei venuto qui. Ebbene, questo allora sarà il senso di queste giornate mentre cammineremo verso la sera mirabile del Giovedì Santo dove Egli ci darà il segno sacramentale e forte di un amore che non passa ma che rimane con noi per sempre. Grazie. Grazie.