Faccio una premessa per dire appena qualcosa delle scritture di oggi. Come le collochiamo adesso queste scritture, queste notizie della resurrezione dei morti? Come le collochiamo dentro al cammino che facciamo verso la Pasqua e dentro a tutto il nostro orizzonte di pensieri? Proverei a fare questa proposta. Proviamo oggi a muoverci dal pensiero ovviamente, giustamente, comprensibilmente più consueto che questo sia in certo senso in assoluto il miracolo straordinario di Gesù Cristo. Proviamo a vedere invece di capovolgere tutta questa ipotesi e dire che in realtà la risurrezione di Lazzaro è il segno della possibilità che Dio ci dà di entrare nella nostra normalità. E a questo proposito facciamo una prima considerazione sul fatto che il testo di Ezechiele, la prima lettura, non ci dice solamente da che cosa il Signore ci porta via, quindi dai nostri sepolcri, ma aggiunge anche che riconosceremo che lui è il Signore perché strappandoci dai nostri sepolcri ci conduce dentro la nostra terra. Il che oggi ci consente di riposare, se c'è bisogno anche di piangere, in ogni caso di dire con tutta tranquillità che finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di affermare che la morte non è assolutamente la nostra terra e che noi non siamo assolutamente più disposti ad accettare nessuna forma di pensiero che ci dica che la morte e ci tocca, è naturale, no? Come fai? Noi oggi cominciamo con il cercare di riposare su questa cosa che tanto ci grida nel cuore e non c'è niente da fare. Noi possiamo darci tutte le spiegazioni, tutte le consolazioni, tutti i ragionamenti, ma poi, soprattutto in certi passaggi della nostra vita, in certe ore della nostra giornata, davanti a certe frantumazioni del nostro spirito o ai nostri fantasmi, noi siamo irrimediabilmente messi davanti all'assurdo. La morta è la cosa più ingiusta che ci sia. Poi ci sono quelli bravi, gli spiriti nobili, gli stoici, quelli che prendono i veleni, quelli che ci fanno sopra dei grandi ragionamenti, ma il Vangelo è rivolto a gente comune e noi siamo gente comune e quindi noi patiamo la morte, non la vogliamo. E il fatto di essere costretti ogni giorno ad assaporarla in noi stessi, negli altri, nelle nostre paure, nelle banalizzazioni violente della cronaca, nelle grandi mitizzazioni dell'arte, tutto questo ci mette sempre davanti alla nostra miseria. Qualcuno, soprattutto da alcuni secoli a questa parte, sta infatti consigliando di prendere alcune medicine per cercare di tirarsi via dal dramma. C'è la proposta libertina, per esempio, che è una proposta celebre e importante. L'uomo libertino è, secondo un omino danese che pensava bene 200 anni fa, un modo di vivere in una specie di assaporamento violento dell'esistenza quotidiana, il cercare di cogliere ogni fiore, così come del resto dice anche l'inizio del libro della Sapienza, per cercare di non pensare. E a partire da questa proposta, diverse ne sono nate, perché l'uomo sa che questo è il suo dramma. Anzi, come vi ricordavo già l'altra volta, e ci tengo a ricordarlo anche oggi, in uno suo scritto molto felice, secondo me molto importante, il nostro Vescovo dice che in fondo la stessa nobiltà della nostra condizione sta proprio nella percezione della nostra miseria. nel senso che, in fondo, chi è troppo misero non si rende più neanche conto di esserlo. Invece la nostra nobiltà nasce e si manifesta in questa straordinaria, secondo me, meravigliosa, irrequietenza del nostro cuore. Il nostro cuore batte sempre, è in tumulto, le nostre paure sono gigantesche, le nostre illusioni straordinarie, ma bisognerebbe andare avanti per dire che sono terribili le nostre violenze, che sono spaventosi i guai che combiniamo. Ma tutto questo, prima di dire se è bene e se è male, fa parte di una specie di meraviglia. Noi siamo come un angelo ferito, ma molto di più. Noi siamo come un Dio detronizzato, ma molto di più. E quindi questo Lazzaro che viene chiamato fuori, Lazzaro vieni fuori per essere messo nella sua terra, è l'unica cosa di cui c'è veramente bisogno. È inutile parlare di altri miracoli, di altre prospettive. Se è il miracolo finale, ma è quello iniziale, perché se no non comincia proprio niente. Noi abbiamo bisogno di essere ricollocati nella terra che è nostra. Perché in questa terra della morte, in questa terra per esempio in cui per caso non ci vogliamo bene, questa terra nella quale per esempio un uomo e una donna, anche con tanti patimenti, con tanti desideri, con tante ebbrezze, hanno unito la loro vita, si sono baciati, hanno strettamente unito i loro corpi, ma poi si spezza la loro unione. Questa non è la nostra terra, noi non siamo per questo. Loro non si erano uniti per poi non capirsi più, non si erano uniti per poi accusarsi. Tutte queste cose non sono bene. Un vecchio abbandonato non è la nostra terra. Un bambino trattato male non è la nostra terra. Noi non siamo così. O meglio lo siamo, ma lo siamo nel pianto della nostra vita. L'ingiustizia non è tanto fare qualche cosa che non va bene, ma essere proprio questa collocazione della nostra vita in un posto che non è il nostro, a far cose che non ci competono. e non sappiamo neanche perché poi. Se tu vai in giro per il mondo o poi in giro per tutti i tempi a chiedere delle domande, com'è che siamo infelici? Com'è che non va bene? Cos'è che ci spinge a essere sempre così violenti, così pazzoidi? Come mai siamo così? Ah, tante risposte si danno, ma nessuna soddisfacente. E che in realtà siamo dove non dovremmo essere. abbiamo bisogno di ritrovare veramente chi siamo. Perché noi percepiamo che in realtà siamo stati fatti per essere buoni. Io spero di non scandalizzarvi a dire così, ma io sono convinto di questo. Che solo se siamo buoni stiamo bene. E poi siamo cattivi, cattivissimi, ma stiamo male, molto. Noi siamo fatti per perdonare, non per vendicarci. E poi ci vendichiamo e irrigidiamo il cuore, altro che, anzi, non perdoniamo quasi mai. Ma stiamo malissimo. e quindi implacabilmente ci muoviamo in questa terra straniera, come stranieri di Dio, ma questo però è lo strazio della nostra vita. E questo non è un discorso da ebrei, né da cristiani. è un discorso da gente. La gente, ogni persona, è così. E quindi, contro questa condizione prigioniera, descritta oggi, con questo sepolcro chiuso, con sopra una pietra, contro questo sepolcro, noi dobbiamo protestare. Non va bene. E quindi, è per questo che Dio viene e grida, Lazaro, tieni fuori. E poi dice agli altri, scioglietelo e lasciatelo andare. Dove deve andare? A casa sua. Deve camminare nella sua terra, appoggiare i piedi nel suo giardino, recuperare i suoi occhi, il suo cuore. Come vedremo poco più avanti, e sarà celebrato il lunedì santo, essere commensali di Dio. Troveremo all'inizio del capitolo 12, Lazaro, con la sua cravatta, suppongo, che è commensale di Dio, perché nella sua villa di Betania, ospita Gesù Cristo. A cena. Quando sua sorella farà quel gesto matto, di rompere tutto quel vaso di profumo ai piedi del Signore. Una famiglia splendida, in casa sua. La gente di questo mondo ha il diritto di ritrovare la sua terra. E quindi sì, sono contentissimo di una specie di grande sfacciataggine che i padri della Chiesa Antica hanno, soprattutto quelli che stanno intorno alle rive dell'Egeo, i padri della Grecia, di quelle isolette, tutti quei barboni, mezzi matti. E loro sono affascinantissimi, perché loro chiamano naturale quello che assolutamente per gli altri non lo è. E quindi loro dicono che appunto, se l'uomo sta nella sua vera natura, per esempio, l'uomo prega sempre, perdona sempre, mortifica il suo corpo, protegge i deboli, guarda con desiderio la patria del cielo, dice questa è la nostra natura, la nostra natura, ma scherziamo. E allora invece noi che siamo un pochino più complessi, diciamo no, è una roba che c'è sopra la nostra natura, se stiamo alla natura siamo dei cagnacci, siamo quelli che ci conosciamo, no? Invece loro dicono no, no, no, no. Ecco perché? Perché percepiscono come di fatto la nostra esistenza vera incomincia solo quando Dio strappandoci dal sepolcro e gridandoci Lazzaro vieni fuori ci permette di camminare nella nostra terra. E' per questo che San Paolo scrive ai Romani questa faccenda del corpo e dello spirito che non vuol dire che abbiamo una parte di ciccia con su dei peli che si tocca, si sente e invece un'altra parte che è come una nuvola che c'è dentro. Non è così. È che di fatto noi abbiamo dentro due appartenenze perché come dice benissimo nel testo di Ezechiele il Signore noi Dio lo riconosciamo sempre nel momento in cui lui intervenendo sulla nostra prigionia ci dice vieni fuori e quindi c'è una parte di noi che percepisce la prigionia e una parte di noi che ascolta e stasiata il canto della libertà. Siamo così. siamo in parte come sempre con un piede dentro a un sacco di sepolcri perché siamo venuti a messa con dei risentimenti con delle paure con delle sconfitte è vero anzi certe volte altro che il piede mettiamo fuori solo il capino e però d'altra parte siccome lui questo grido lo fa e qualche cosa di noi almeno qualche piccola cosa esce dal sepolcro e siamo sempre partecipi no? di questa duplice vicenda per cui quei termini di miseria e nobiltà assumono ormai un nuovo volto per noi la miseria è la miseria certo è il fatto che anche a messa stamattina come ci siete venuti voi? buoni? io cattivo? come ci siete venuti a messa voi? avendone voglia? io no e come avete fatto la quaresima bene io malecane distratto continuamente e così siamo venuti a messa e però la messa è il momento in cui fin dal principio lui con la sua misericordia ci dice vieni fuori tu qua vieni fuori e ci fa sedere accanto ai suoi piedi come leggevo in un testo straordinario di un profeta in questi giorni e parla al nostro cuore con delle parole di luce dice ma io sono quel cane sì sei quel cane e adesso sei qui intorno al tuo signore a tavola con tuo padre e lui ti regala parole pensieri sentimenti di luce e tu dici sì sì è proprio così è vero è vero è proprio così ecco il miracolo di Lazzaro è quello che proprio deve succedere però c'è un problema e cioè che lui intendo dire Dio fa fatica questo secondo me è indubitabile vi faccio subito un segno di tutto questo guardate che la domenica scorsa al versetto 2 era già tutto fatto passando vede un uomo cieco prende su il fango gli da una lavata la vaga vai a Siloe già finito ci impiega 43 versetti oggi per risuscitare Stelazzaro ce ne impiega 16 per decidere di muoversi dalla Galilea Galilea addirittura esprime talmente la difficoltà del suo animo che continua a mettere ostacolo dice a un certo punto anche una cosa scandalosa sono contento di non essere stato là affronta la protesta di queste sorelle meravigliose di cui una parola bisognerà dire e gli dicono ma santo cielo questo non glielo dico se tu fossi stato qui il mio fratello non sarebbe morto e poi non arriva mai avete notato va sempre più piano sotto Bettania c'è un posto dove stanno dei monaci greci è vero che è il posto che ricorda dove si è fermato perché insomma è tutto lentissimo poi alla fine dove l'avete messo fa fatica fa fatica Dio a morire ah sì facciamo fatica a noi ma lui che è la vita eh fa fatica noi certe volte siamo così brutalizzati che la morte la facciamo anche per gioco siamo così deviati dalla nostra terra saremo così esiliati nelle notte della nostra disperazione che ci giochiamo dentro così come se fosse roulette russa nelle temerarietà nelle violenze nelle figure nei pensieri nelle aggressioni delle parole no? facciamo sempre nel gioco dell'uccidere sempre ma lui che è il fine delicatissimo signore della vita come fa fatica a morire credo che di fatto il testo suggerisca che sono necessari degli interventi esterni adesso voi su questo datemi un po' di tara io lo so che lui continua a obbedire al padre è bravissimo però guardate che nel testo che abbiamo ascoltato ha moltissimi aiuti eh se no credo che faccia fatica e a me pare molto importante che noi entriamo nella settimana santa con questa consapevolezza della fatica di Dio in che cosa a morire vivere gli è normale dare la vita gli piace morire è dura noi infatti consideriamo come emblema della nostra fede in lui la sua morte e per forza siamo alla fine adesso secondo me è come se lui non ci pensasse più vedete domenica risolutamente entrerà a Gerusalemme noi lo accoglieremo per poi subito dopo chiederne la morte ma a quel punto c'è una specie di determinazione passeremo per l'orto per l'agonia di quella notte ma i giochi sono già fatti secondo me a Betania 200 metri dall'orto e da tutto il resto già alle pendici del monte che domenica percorre per arrivare a quel piccolo passo sopra il monte degli ulivi e da lì cominciare a scendere ancora piangendo sulla città che non ha consentito agli affettuosi appelli di Dio lungo i secoli della sua storia ma è già tutto giocato e quindi secondo me oggi è un punto decisivo è una prova fortissima per lui ma avrai coraggio di dare la vita avrai il coraggio della tomba vieni e vedi e io dico sempre che piange davanti alla tomba di Lazaro ma non è mica tanto vero piange mentre ci va perché il testo dice così vieni e vedi e Cristo lacrimò allora adesso diciamo qualche cosa su questo pianto che però non è il suo prima non è il suo appunto qui ci sono queste meravigliose donne e bisogna dirlo ci sono questi meravigliosi ebrei adesso noi non possiamo entrare dentro nella diversità anche dei modi dei toni interiori profondissimi di Marta da una parte e di Maria dall'altra ma se vi viene un po' di influenza in questi giorni riprendete questo testo se avete qualche ora perché ogni parola è meravigliosa io purtroppo non ho avuto l'influenza perciò galoppato sopra un po' alla svelta ma sono rimasto affascinato da loro fatto sta che non c'è dubbio insomma il loro pianto da una parte chiama gli ebrei che vanno a piangere con loro che vanno per consolarle e poi potentissimo come abbiamo sentito il pianto di questa donna attrae a Gesù è vero capita anche a me per esempio che se sono delle circostanze un po' delicate della nostra vita se mi tocca fare la predica non devo mai guardarvi in faccia perché appunto se voi piangete io poi non reggo per me il pianto è terribilmente contagioso proprio terribilmente ho l'impressione che se non vi vedo piangere resisto se vi guardo sono fritto e dopo si fa fatica a parlare tutto un guaio e qui in modo meraviglioso no? c'è questa attrazione del pianto per cui alla fine lo fanno piangere e lui finalmente piange capito? noi non riusciamo a renderci conto di che cosa voglia dire il pianto di Dio forse ognuno di noi è stato anche abituato banalmente e grottescamente ad avere un po' vergogna del pianto e poi in ogni caso ognuno di noi dentro di sé sa anche che nei nostri pianti si inseriscono anche degli elementi minori certe volte anche delle ombre qualche volta delle banalità insomma è delicato e l'analisi del proprio pianto è molto difficile provate a rifletterci sopra molte volte facciamo anche una commedia può darsi non so insomma non so ma il pianto di Dio e noi non possiamo capire in questi giorni e su questa terra che cosa si voglia dire il pianto di Dio certo però una cosa subito la possiamo concludere no? e cioè che è quella che tengo sempre tanto a ricordare di quando viene per voi l'ora del pianto piangi piangi piangi pure adesso è il solito litigio che facciamo con i nonni no? che sono tutti contenti e in questo devo dirvi però che il prefazio della messa vi dà ragione birbanti e quindi forse sono piuttosto isolato in quello che sto dicendo e questo pianto di Cristo sarebbe un po' il suo lato umano siccome è un uomo piange ma io non sono d'accordo io ho l'impressione che si debba dire come mi sembra leggano gli ebrei che è divino il pianto che i nostri pianti probabilmente sono una copia banale del pianto di Dio come il nostro dolore come il nostro amore come la nostra sapienza come la nostra ira ieri mi sono infuriato mi sono mosso per dire adesso vado a morderlo poi invece ho trovato tre angeli tutti contenti allora ho capito che ero proprio un asino ma la sua ira no è enorme eh la sua ira quando un innocente viene colpito ebbene così il suo pianto la meraviglia del pianto di Dio finalmente è arrivato e voi dovete percepire questa mattina la storia accompagnata da questa continuità e dolcezza del pianto di Dio sapete che è così certamente sapete che nel secondo il testo dell'Apocalisse nella città santa finale dove non c'è più bisogno della luce del sole né della luce della luna perché in mezzo alla città c'è l'agnello si dice di quell'agnello che è sgozzato e cioè c'è questo perdurare del pianto di Cristo che avvolge ogni creatura anche in questo istante ogni persona che piange ha accanto sé il pianto di Dio ogni persona che patisce che è sola che noi abbiamo abbandonato che abbiamo dimenticato ha accanto a sé il pianto di Dio quelle donne sono le nostre madri sono le nostre sorelle sono moltissime persone che ci hanno portato qui con la forza del loro pianto non abbiamo ascoltato le loro parole non ci siamo lasciati convincere dai loro ragionamenti ma loro hanno pianto per noi quelle donne sono la meraviglia perenne della chiesa configurata anche nella nostra baracchina di stamattina perché alla chiesa non è mai consentito di far festa senza che nel cuore abbia dei gran ma ma di perché c'è però quello là poi c'è quello là poi c'è quello là se è materna è così se una comunità è matrigna si sente nella giustizia e nel diritto dell'esclusione da quelli di quelli che non sono nella sua stessa luce ma se è materna è sempre anche piangente anche nel giorno della festa ma con quel pianto hanno convinto gli ebrei da una parte e Cristo dall'altra è la meravigliosa potenza che consente al mondo di andare avanti e io so e vedo continuamente in tutti i giorni della mia vita un sacco di gente che non sa perché ma a un certo punto si sente come rimessa sulla terra più sua come dicevamo all'inizio e dice chissà come capita e dice ma è tutto gratuito è tutta una grazia è tutta una stranezza chissà come mai capita e no dietro c'è un grande segreto ed è quello che ha tirato fuori il nostro amico Lazzaro dal suo sepolcro l'abbiamo tirata troppo lunga ricordatevi però che adesso bisognerebbe cominciare a dirci di come mai poi la nostra vita sia così delicata e tutto è perché quel grido Lazzaro vieni fuori adesso è affidato a te il senso della nostra vita il motivo per cui siamo al mondo quello che è sempre in ogni caso bisogna fare è dire vieni fuori vieni fuori dalla tua galera vieni fuori abbiamo bisogno di essere tirati fuori e il senso positivo della nostra vita è così perché se invece viviamo per legare la gente per arrestarla per chiuderla nelle gelosie possessive del nostro cuore se siamo della gente che viviamo per accusare ah no eh cosa dice il vecchio Don Giuseppe se non siete capaci mettetevi da parte dice bisogna fare come quel sacerdote che scendeva per la strada da Gerusalemme e Gerico vedeva lì un poveretto sulla strada era buono di niente e va via va via se non sai dire delle parole perché non ti vengono che servono a dire tieni fuori sta zitto sta zitto ci penserà un altro e questo può capitare benissimo ma non mi vengono le parole buone per dirgli di venire fuori monastra zitto va via non cercare altre cose è una responsabilità enorme che abbiamo a motivo della potenza positiva che Dio ci ha dato di poter chiamare fuori dai sepolvi soprattutto attraverso il perdono soprattutto attraverso il perdono continuo continuo certe volte espresso con le parole in ogni caso sempre attraverso gli squarci del nostro cuore sempre perdonare questo è il modo più semplice più vero per chiamare Lazaro fuori dal sepolcro a motivo di questa potenza che ci è data la nostra vita è delicatissima chiediamo al Signore questa sapienza della liberazione non c'è nessuna liberazione che conti se non quella della morte tutte le altre liberazioni riconseguono sono relative fioriscono spontaneamente dalla liberazione della morte e dalla morte si libera col perdono facciamo in maniera che molti oggi escano dai loro sepolcri e possano prendere la strada di Pasqua grazie a tutti grazie a tutti grazie a tutti