← Torna alla ricerca

IV Dom.Quaresima 19960317 Giovanni, anno A.mp3

Data: 17/03/1996

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. ogni altra creatura. E' strano dire, bisogna dire che la nostra bellezza sta anche nella nostra fragilità. Noi, come creature amate da Dio, abbiamo meno consistenza delle altre creature. Le altre creature sono quelle che sono fissate, o anche con una certa loro evoluzione, si dice, all'interno, ma in qualche modo sempre in armonia con se stesse. Invece io ci tengo molto a farvi notare sempre quella specie di inquietudine che caratterizza, rende tipica la nostra esistenza di creature di Dio. Qualcuno arriva a pensare che addirittura siamo creature infelici. E può essere che sia anche giusto dire così, forse questo dipende più da anche singole esperienze, singole vicende. Certo mi pare di vedere camminando in mezzo ai miei fratelli, alle mie sorelle, a tanta gente anche che in modo imprevedibile entra nella strada della mia vita, che certo c'è un carico che questa creatura inquieta deve portare. E credo che al di là di tutte le spiegazioni e gli itinerari all'interno della rivelazione degli ebrei e dei cristiani che si potrebbero trovare, certamente si può trovare in questo elemento di fragilità che costituisce la nostra bellezza. Noi invece di essere in qualche modo monolitici, fatti di un pezzo solo, siamo fatti di due elementi incrociati insieme, siamo di terra e siamo di questo soffio divino. E qui succede che quindi questi due elementi fanno fatica a coesistere e quindi questo soffio è facile smarrirlo. E quindi di fatto quell'uomo che il Signore vede cieco quando passa è tutta l'umanità insomma, come sapete, ed è tutta l'umanità nella sua fragilità. C'è qualche padre della Chiesa Antica che dice che siccome il testo biblico dice che ha fatto l'uomo a immagine e somiglianza, abbiamo perso l'immagine e non la somiglianza, abbiamo perso qualcosa e qualche cosa c'è rimasto. Va a finire che appunto c'è questa inquietudine di attesa. È difficile però dire che questo uomo cieco sia anche inquieto, perché altre persone come lui che compaiono in altre memorie evangeliche manifestano una specie di grande malessere che per esempio si trasforma in loro in un grido. E quando Gesù passa per le strade di Gerico gridano. E voi sapete che è un enorme vantaggio quando si può gridare, soprattutto perché è per noi la fede nello spazio più elementare in cui la possiamo descrivere è questo, insomma, che io posso gridare perché c'è qualcuno che mi ascolta. Anche se non lo vedo perché sono cieco, però ho la percezione che qualcuno passa e grido. Se nella mia vita posso fare un grido è qualche cosa di più di una situazione che invece è totalmente bloccata. Intendiamoci bene, era bloccata anche la situazione di quella signora del pozzo di Sicard la domenica scorsa, è vero. Era bloccata per altri motivi. Era bloccata perché in lei la condizione di cecità si manifestava guarda a guarda come una specie di fragilissima autosufficienza, se vi ricordate. E quindi tra il pozzo e la brocca, la sua appartenenza samaritana, un po' nemica dei giudei, lei si era fatta su un suo mondo in cui insomma teneva su questo castello di carta bene o male, o Dio mio delle variazioni c'erano dovute essere, tutti questi cinque mariti, poi il sesto che non è marito, quindi delle fatiche c'erano state ma era tenuta insieme la sua vita. Però non è bene che sia tenuta insieme in una vita così, no? Allora il Signore gliel'aveva smontata, lei alla svelta, per fortuna, era passata dalle sue illusorie satietà ad avere una sana sete che l'aveva portata a dire ma allora dammi di quest'acqua, no? Mentre poche righe prime sembrava che l'acqua ce l'avesse lei, che lui avesse sete, è vero. E c'era stato quel passaggio perché se non si entra nella nostra povertà come potremo entrare nella nostra fede? Se non conosciamo il fondo insomma, non ci incontriamo con Gesù Cristo che ci viene a cercare proprio lì. Ora questo uomo è proprio in fondo, tanto che mi aveva messo il sospetto di essere talmente in fondo, di essere in quella condizione di miseria in cui non ci si accorge più neanche di essere miseri. Se per esempio uno schiavo vive dolorosamente la percezione della sua schiavitù, beh non va mica male, va molto peggio quella situazione di quello schiavo che è così schiavo da non sapere più che è schiavo e crede che sia inevitabilmente ovvia la sua situazione. Per cui mi ha fatto anche piacere invece l'annotazione più avanti che salta fuori dai conoscenti di questo cieco perché quando lui ritorna e ci vede la faccenda è talmente cambiata che c'è tutto quel dibattito fra di loro perché non sono più sicuri che sia lui. Dice ma è lui quello che mendicava? Sì sì è lui, no non è lui, è uno che gli somiglia. È lui che salta fuori no? Tutto pimpante e che dice sono io, tutto contento. Mi piace poi pensare ancora qualche cosa su questo sloio ma adesso lo lasciamo da parte insomma. È vero? E lì allora era saltata fuori la faccenda che era mendicante. È importantissima questa cosa, è vero? Per fortuna è mendicante, per fortuna è mendicante. E vorrei mettere molto accostato alla vostra attenzione questa faccenda della mendicità che intanto è importante perché molto spesso noi non siamo capaci di essere mendicanti e pur di non chiedere teniamo i denti stretti e il cuore irrigidito. Mentre invece ci sarebbe bisogno di trasformare la nostra vita in quel grido appunto, abiti a te di me. Allora quindi lui sembrava più disgraziato dei cechi di Gerico, no? Perché non gridava figlio di Davide eccetera. Però c'era qualche cosa che già lo apriva ed era il suo malessere. A dire che quindi non sempre il malessere, è vero? È una condizione brutta. E mi piace molto un insegnamento del nostro arcivescovo, questo documento che lui ha dato alla nostra chiesa, dove parlando della condizione dell'uomo dice precisamente questo, e cioè dice che la nostra miseria è anche la nostra nobiltà, perché la nostra miseria quando viene percepita da noi, è vero? Ci rende consapevoli che in realtà c'è qualche cosa d'altro, c'è qualche cosa, c'è qualche cosa che deve avvenire, c'è un avvenimento che deve succedere, è impossibile rassegnarsi. Una delle cose più affascinanti e drammatiche dell'esperienza umana è la sua non rassegnazione. Qualche volta si resta anche sgomenti perché si dice ma insomma rassegnavi che te stai. E invece per esempio anche quella cosa molto semplice, per cui per esempio noi non vogliamo morire. È molto bella, eh? E non c'è verso che qualcuno possa convincerci per dire beh ma scusami, ma che stupida è per fortuna. Si nasce, si muore. Anzi, mi ricordo che mio papà ci diceva sempre delle cose assurde, ci diceva ma pensate se avessimo qui ancora il teresnonno, ma come faremmo a governare tutta la faccenda? Invece per fortuna si viene e si va via. Però questo non serve a niente al nostro cuore, perché noi avvertiamo invece tutto questo come un'ingiustizia radicale. Ma perché si deve morire? Che in queste settimane si trasforma anche in una specie di ira, se non stiamo attenti, nei confronti di Gesù stesso. E qualcuno dice che in fondo quello che Giuda non ha retto di Gesù è stato precisamente questo. Pietro ci è andato molto vicino a non reggere questa ipotesi. Che andasse a Gerusalemme a morire. Questo non ti accadrà mai, ma in fondo forse lassù nel nord a Cesarea di Filippo si era sfogato e facendo così poi insomma aveva intrapreso un cammino. E forse qualcuno dice, invece non ha retto, Giuda. E quindi ha tutto tenuto, ma poi è crollato davanti all'ipotesi che si deve morire. E quindi in fondo forse Giuda è una figura delicata, complessa, drammatica, che esprime la drammaticità dell'esistente. Ora insomma capite, questa miseria insegna il nostro Vescovo della nostra natura, che noi percepiamo, perché è lì il problema, che ci sbatte contro la testa il cuore la nostra miseria. Questo è anche il segno della nostra grandezza, della nostra nobiltà. E quindi il nostro amico sì, è cieco, è cieco fin dalla nascita, però è mendicante. Adesso non cogliete tanto i motivi immediati della sua mendicità, non era capace di fare nessun lavoro, eccetera. Sì, ma intanto insomma chiedeva. Volevo dirvi, c'è molta gente mendicante intorno, eh? È un'interpretazione più esatta rispetto a quella della freddezza del cuore. È un trattare male la gente, è troppo male dire che tanto la gente ormai non sente più niente, non vuole più niente. Questo non è vero. Basta accostarsi per un momento al cuore, alla vicenda, alla vita della gente, per vedere che abissi di sofferenza ci sono. E oso dire che in certo senso il nostro mondo, questa faccenda dell'uomo cieco mendicante lo porta in modo molto più drammatico che altri mondi. Per esempio i mondi terribili della guerra. Ah, certo, attirano moltissimo l'attenzione del nostro cuore, soprattutto del nostro cuore cristiano, siamo sgomenti. Se poi sono fratelli della stessa fede cristiana che si odiano tra di loro, è qualche cosa che spezza il nostro cuore. Guardando le vicende della Terra Santa ci viene a dire, Signore, ma come possiamo arrivare a Pasqua così? Siamo ovviamente arrabbiati per tutta la retorica di ottimismo che nelle feste precedenti si è fatta. Si sapeva che una pace costruita così, attraverso la violenza, attraverso i poteri, non si può. La pace si costruisce attraverso quel piccolo segno che abbiamo messo sulla fronte e sul cuore dei bimbi, senza la croce. Voi sapete, la pace è solo la morte di Cristo per noi, non si possono prendere scorciatoie. Di fatto è tutto finito, che Pasqua sarà? E via e via i paesi della fame, la nostra là Tantania, i nostri fratelli là nell'Altipiano, dove è tanto facile morire di AIDS se non si muore di fame. Grandi disperazioni. Eppure, in certo senso, vorrei che voi sentiste vicino a voi e a noi quella condizione del cieco che in fondo è più drammatica perché è più mascherata, capite? Da noi la faccenda è più mascherata. Là c'è una povertà più evidente, più ferita, un grido che è una specie di scandalo della natura e della storia. Ma come mai a questo punto dell'orgoglio tecnologico, dell'orgoglio civile, culturale, dei popoli evoluti? C'è tutto questo dramma. Insomma è troppo evidente, invece da noi può essere più sott'acqua, sapete? Nei nostri paesi razionalizzati, nelle nostre città così un po' vanitose, no? Per cui erano le facciate e dietro, e dietro la facciata, e dietro quegli occhi, e dentro quel cuore ci sono dei grandi drammi. Ma tutto questo non ve lo dico per darvi tristezza, ma per dirvi della operosità di Dio, che Gesù manifesta così bene perché si rivolge ai suoi e dice, ma finché siamo a questo mondo bisogna operare, bisogna compiere le opere del Padre, finché c'è tempo, finché c'è tempo. Sì, è necessario avvicinarsi a Pasqua avvertendo il gemito della storia. Questo uomo è nella cecità, ma è mendicante. Perciò percepitelo intorno a voi, al di là della apparente indifferenza. Basta fare continuamente i conti, è vero, di quelli che hanno un qualche rapporto con Gesù Cristo, perché vanno a messa, perché dicono le preghiere, perché non divorziano, perché non fanno l'aborto. Certo, sono tutti dei segnali importantissimi, non c'è dubbio, però c'è tutto un rapporto segreto che il mistero dell'amorevolezza infinita di Dio tiene con la gente, attraverso appunto questa congiunzione di miseria e nobiltà, di falsa assuefazione e di gemito. E quindi assumete, vi prego, mentre andiamo verso Pasqua, quella simpatia che il Signore ha nei confronti della gente. La gente, proprio la gente. Quella compassione che gli fa la gente perché lui vede bene, lui vede con gli occhi giusti, non vede con gli occhi nostri della superficialità, dell'apparenza. Legge nel cuore, dice oggi il testo dell'Antico Testamento, guarda dentro e ci vede delle lacrime e a compassione di loro, perché sono come pecore senza pastore. E allora suscita in noi il grido, vieni Signore Gesù, è lui che dice sì, vengo presto, vengo, vengo. E la storia si pone in quella tensione mirabile in cui lo sposo e la sposa finalmente si desiderano perché si sono accorti l'uno dell'altro. Ma torniamo a noi, torniamo a noi che invece il Signore l'abbiamo incontrato. Non vi offendete, vero, se vi dico questa cosa? Perché capisco che poi anche non è vero, capisco che anche questa mattina io sono cieco, capisco che se non è lui che mi vede io non lo vedo, capisco che se lui non mi vede io non vedo né me stesso né voi, non solamente lui, che resto chiuso dentro nel mio buio, nella interpretazione prigioniera della mia vita, lo so, lo so, però mi permetto di dirvi, non neghiamo il fatto, non neghiamo il fatto che è passato e che ha messo sulla nostra faccia, sui nostri occhi, questo fango, come lo chiamate voi? Io ho detto prima, è questa croce? Bene, è un modo per spiegare questo fango. Ma abbiamo anche un'altra spiegazione, perché questo fango è dunque questa croce, è questa creazione nuova, è questo ingresso di Dio nella nostra terra, perché poi l'acqua di quella fonte che si chiama inviato, cioè Messia, perché vuol dire così, possa darci la luce. Questo è avvenuto, come lo chiamiamo tutto questo? chiamiamolo, vi propongo, Vangelo. Il Signore ci ha dato il Vangelo, ce l'ha dato, ce l'ha dato, l'avete in casa. Sappiamo persino qualche parola a memoria del Vangelo, è vero? Io scommetto che se dico una frase del Vangelo voi la sapete completare. Lo conoscete il Vangelo? sì, lo conoscete, l'avete avuto, vi è stato dato. Allora vi dico, la cosa che bisogna evitare adesso è di vivere come se non fosse passato, è di vivere come se non ci avesse visto. Preferisco pensare che abbiamo con Lui un rapporto difficile, delicato, un dibattito anche doloroso, un rifiuto d'ordoglio, preferisco, piuttosto che far finta di niente. Vedete in fondo, in quella stilata di persone delle scritture di oggi, ci sono delle persone anche negative, sì, sì, certo, ci sono. Meglio essere tra queste persone negative che vivere come se non fosse passato. Questo proprio non deve succedere, è vero? Allora tutto il senso del mio essere qui oggi è per dire però non facciamo finta che non sia passato, non ti va bene? Non ti va bene perché smonta tutti i tuoi ragionamenti? Non ti va bene perché oggi l'affermazione del Vangelo raggiunge le supreme vette della follia della sapienza evangelica. Te ne ho assumito una prova. Quando gli dicono, ma questo qui che è cieco, perché è cieco? È una domanda che viene a tutti noi, no? Perché? E voi sapete quante volte questo perché sbatte contro il vostro cuore e poi venite a dirlo anche a me, e io cosa vi dico? Perché? Soprattutto quando è più irrimediabilmente innocente, più irrimediabilmente provocatorio, scandaloso, perché è così? Allora dice, ma c'è di mezzo il peccato qui? Sono degli ebrei loro, sono fini su questo, ne sanno queste cose, sanno che c'è una connessione inevitabile tra il gemito della ferita del nostro cuore e un divorzio, lo smarrimento di un giardino, abbiamo perso qualche cosa, è per questo chi ha peccato? Lui, i suoi genitori? È quell'altro che gli dà questa risposta, che è tutti i giorni di questa settimana che vi provo, che mi perseguito, dice no, non è mica per questo, non ha peccato nessuno. Ma dai! Mi ricordo benissimo quando l'Apostolo dice che tutti hanno peccato. Tra l'altro quei genitori sono dei figli di buona donna, perché tra un po' di tempo per FIFA diranno, ah noi non sappiamo, chiedetelo a lui, è vero? E dissero questo perché avevano paura, se tutti della favore gente, ma cosa dici che non abbiamo peccato? Sì, è vero, ma ormai, secondo me il fatto è così, sono d'accordo con un padre della Chiesa che dice che ormai dato Cristo non vale più neanche la pena guardare le vicende chiedendosi qual è la loro causa indietro? Perché ormai dato Gesù bisogna sempre solo guardare avanti, non importa quello che è stato, non importa perché siamo arrivati fin qui, non importa perché quel ragazzo l'ha messo male così, non importa da dove viene tutto questo, l'importante adesso è che tutti dobbiamo domandarci e dunque adesso come si va avanti? Come si va avanti? E bisogna certe volte fare un grande combattimento, no? Perché uno ti viene a parlare, poi dice sì, ma chi è che abita lì vicino? Tu cominci a parlare e dice sì, ma allora questi ragazzi immediatamente in cinque minuti il discorso va a dire sì perché forse aveva fatto questo, forse... e invece il Vangelo di oggi dice no, ma guarda non è per questo, sai? Adesso considera la situazione per vedere come si va avanti, è perché si manifestino in Lui le opere di Dio, è perché anche in Lui che è l'ultimo di tutti noi la gloria del Signore sia manifestata. E io non reggo la forza di questa frase perché poi mi guardo intorno, mi guardo nel cuore, guardo in giro, guardo lontano e tutte queste galere, tutte queste cecità, questi bui, queste condanne, è Lui che mi provoca dicendomi sai perché è tutto questo? Perché bisogna che anche lì si manifesti la gloria di Dio. Allora, vedete, questa è la scommessa che è affidata a ciascuno di noi. Innanzitutto ognuno di noi deve portare se stesso, che è già un bel problema, se stesso piuttosto scassato, è vero? Se stesso con delle ferite piuttosto non marginabili, è vero? E quindi ognuno ha già quel peso lì. Bene, te devi portare te stesso in maniera che in te si manifesti la gloria del Signore, perché in te il Signore si... ma come fa a essere glorificato in me? Dai, bisogna trovarla la strada, il Vangelo, il Vangelo te lo dice. E di quell'altro che in qualche modo è collogato al tuo pensiero, al tuo affetto, alla tua preghiera, alla tua paura, alla tua fatica, è perché si manifestino in Lui le opere del Signore, è perché anche in Lui possa prendere spazio la gloria di Dio. Siamo troppo piccoli per reggere una frase come questa, non ce la caviamo, eppure è il nostro compito. Come faremo il Vangelo? Il Vangelo, quel Vangelo che costa così caro a quel vecchio profeta. È bellissima quella faccenda, sì, io ho accolto volentieri che il lettore leggesse tutti i versetti di questo capitolo sedicesimo della prima lettera, del primo libro di Samuele, perché si vede di più che tutta la vita, e uno è costretto a dire no, non è come vedo, no, non è come vedo, perché altrimenti, capisci, vedo questa cosa qui e dico, è fatta così, e là, e io non ci vedo niente che vada verso la gloria di Dio. Il Vangelo è prima di tutto una specie di no, gettato contro i miei occhi, che non sono capaci di vedere nella direzione della speranza, della fecondità, della pace. È una contraddizione il Vangelo a tutti i miei modi di vedere, perché altrimenti questo è fatto così, quella cosa vuol dire questa, quell'altra è così, e cosa vuoi fare? È chiaro, no? In un mondo che misura tutto, che riduce a psicologia i sentimenti, che di fatto quindi non osa più neanche dire la grande parola amore, fa un po' ridere amore, se non è far l'amore, nel suo modo così, più fisicistico, più immediato, chi osa dire oggi la parola amore? In un mondo che tutto misura così. Invece noi la vogliamo dire, noi vogliamo proprio dirla, che Dio è amore, e che il suo amore è stato effuso nei nostri cuori. Un occhio nuovo per vedere tutte le cose, amare tutte le persone. Abbiamo il coraggio di dirlo? C'è persino equivocità, eppure bisogna dirlo, gli occhi nuovi del Vangelo, una contraddizione continua, avete notato? Ne ha passati sette. Perché ne ha passati sette? Perché il più piccolo, quello lontano nel campo, quello con i capelli rossi, tra l'altro ho visto che sul foglietto, che non ho fatto io questa settimana, Giuseppe ha detto che è aperto un concorso per dire capelli rossi, allora di che colore ha gli occhi? Perché dice che la Bibbia, allora, non so, ditelo poi voi a Giuseppe quando lo vedete che colore ha gli occhi, il piccolo, che è stato mandato via perché è troppo piccolo, quindi l'ha mandato nel campo dei pastori, tu va via perché non conti, e ne deve passare sette, lui è l'ottavo. Perché è l'ottavo? Perché otto è il giorno dopo il sabato, perché otto, dalla memoria di Gesù Cristo in poi, è il principio della creazione nuova, col sette era finito la creazione vecchia e Dio si era riposato, ma il giorno dopo il sabato le donne andarono al sepolcro, lo trovarono senza la pietra sopra e gli angeli che dicevano, ma perché cercate tra i morti quello che è vivo? Però è dura passare tutti e sette, perché? Perché di fatto quello che deve essere trovato è al di là della morte, ci devi morire dentro. Il Vangelo segna la tua morte per la tua ressurrezione, infatti al Vangelo tu poni opposizione perché dice ma forse è questo, forse è questo, no, avanti ancora, non è, non è, ma dove sei piccolo? Sei al di là della mia morte, questo è il Vangelo, perché quel piccolo nel campo dei pastori, profezia di un piccolo che vicino a quel campo doveva nascere nella pienezza dei tempi, perché secondo la memoria di quel testo antico siamo a Betlemme, no? A Efratac è a Betlemme, siamo andati là a cercare l'eletto del Signore, dov'è? Questo è grosso, questo è bravo, questo è intelligente, uno, due, tre, quattro, cinque, non ci possiamo sedere a mensa, non possiamo fare questa mensa, non possiamo inaugurare per il mondo la mensa della riconciliazione, della pace, della verità, dell'esultanza, finché non chiamate il piccolino, e arriva il piccolino, è lui, dice ungilo, è lui, è l'eletto del Signore, questo piccolino che è Gesù, dove sei Signore? Ho bisogno di occhi, di occhi nuovi per trovare il Signore, dove vivi, dove lavori, dove partisci, dove vai a finire all'ospedale, nella casa dove adesso abiti, che non è proprio quella dove preferiresti stare, dove sei Signore? Dov'è l'eletto di Dio? Perché poi tutto il problema della storia è proprio questo, cosa vuol dire vedere tutto con occhi nuovi, secondo voi? Cosa vuol dire quell'omino che torna bellissimo dalla piscina di Siloe e ci vede, dice sono io, ma ci vedo adesso, che cosa vedi? Ah, non c'è dubbio, vede il piccolo che era stato emarginato nel campo, noi abbiamo emarginato il figlio di Dio a motivo della nostra disobbedienza nel giardino e per quell'inganno del serpente, bisogna ritrovarlo quel piccolino, dov'è? E così tutte le vicende della nostra vita, del nostro pensiero, della nostra cultura, della nostra psiche ferita, sta tranquillo, non hanno pace, non possono avere pace finché non troviamo quel piccolino, perché il nostro animo è inquieto finché non ripose in lui, è lui, è lui, ungino, il vederci con gli occhi nuovi è la possibilità dunque, come sapete bene, di vedere Gesù. E questo certo ci costringe anche ad affrontare quell'urto irritante, io non sono d'accordo sull'inserzione di questo testo della lettera agli Efesini oggi, e infatti sono furbissimi i cantori, mi sono venuti a dire possiamo cantare, possiamo cantare quel versetto citato dalla lettera agli Efesini? Destati tu che dovresti... perché sono venuti a domandarmelo? Eh, perché hanno avuto paura, non che li sgrindassi dopo, quello ha poca paura, ma hanno avuto paura di sbagliare, hanno avuto ragione, aver paura di sbagliare, sono venuti a dirmi, santo cielo, ma questa è la quarta di quaresima, non è mica Pasqua, possiamo cantare quel versetto? Tu ho cantato, infatti sono venuti con la pezza d'appoggio, mi hanno detto è la seconda lettura, c'è scritto, lo possiamo cantare? Sì, cantatelo, però hanno avuto ragione ad avere paura a cantare, perché è troppo forte, è un urto troppo violento, molto spesso lo spirito non può reggerlo, quando dice eravate tenebra, adesso siete luce nel Signore, luce, luce nel Signore, luce nel Signore, siete luce nel Signore, ma noi facciamo fatica a essere quello che il Signore ci ha fatti, molta, noi facciamo fatica a essere luce nel Signore, a guardare tutto nella luce del Signore, ad accogliere tutto nella luce del Signore, ma Signore, luce? Sono in un pozzo, riguardo alla speranza, alla pace, alla la cattità, alla carità, al perdono, sono in un buco nero assolutamente, luce, sì, siete luce, eravate tenebre, ma siete luce nel Signore, non lo diciamo fuori dalla nostra chiesa di San Martini, ma qui però bisogna che ce lo diciamo, siamo luce del Signore, non perché siamo buoni, non perché siamo bravi, non perché preghiamo, non facciamo niente di tutto questo, anzi, sono un po' preoccupato, posso dirvelo? Sono un po' preoccupato. Stiamo finendo la lettura del libro del Deuteronomio e ho paura che a molti di noi sia un po' sfuggita, ci avviciniamo alle feste di Pasqua e ho paura che molte di queste scritture preziose che ci attendono non le abbiamo cominciate a prendere nel nostro cuore, sbaglio? Sì, sbaglio, sicuro, sono sballato di testo ormai e quindi invece no, siete tutti dentro, però ugualmente anche se siete dentro nella parola del Signore, fate fatica quando il Signore vi sfida dicendo siete luce, avremmo magari più piacere che dicesse, beh vedo che siete parecchio tenebrosi, sì, è vero, e invece no, è un testo molto violento da fare durante la quaresima, forse fanno bene a dirlo, forse è una sberla salutare, sapete che secondo una tradizione della Chiesa questa domenica, pur essendo di quaresima, è piuttosto alle grotta, no? È quella famosa domenica che avvicinandosi alla festa la pregusta e quindi si dà già dei segni di festa, perché ormai è vicino, la vediamo già da lontano la santa città sul monte, allora anche se siamo nella fatica del cammino cominciamo già a rallegrarci, Dio mio, però bisogna stare attenti che non manchi il chiato, siete luce nel Signore, perché il Vangelo non è mai un qualche cosa di assetico che ti dà un'idea di come sarebbe il mondo se addassimo tutti come no, no, no, no, è una provocazione al tuo cuore dicendo di quello che Dio ha fatto per te. In questo senso devo confessare che l'omino cieco che adesso ci vede mi ha imbarazzato sempre di più avvicinandomi la domenica e quindi gli ho chiesto sempre di più ma te chi sei? Una strana roba è questo qui, come fa a essere così? A un certo punto mi è venuta una confusione in testa, forse mi sono anche un momento addormentato, devo dire la verità, per cui mi è venuto in mente che quell'omino lì fosse Gesù e invece non è Gesù, Gesù è quell'altro, però certo si assomigliano molto, secondo me è andato a pescare l'omino giusto, guardate che questo omino è incredibile, è straordinario, ed è straordinario fra l'altro soprattutto per quella immediatezza che lui ha nei confronti dell'opera di Dio. Avete visto? Fa fatica a fare la teologia, no? I ragionamenti, quando gli fanno delle domande resta un po' perplesso. La cosa che gli riesce meglio è quella di raccontare la sua storia e la racconta sempre con tre parole, vero? Sono andato, ma detto, ma detto, va a lavarti, sono andato, mi sono lavato e ci vedo. Che bello, no? Senza ragionamenti, senza regole generali, senza categorie. Si porta un pochino il peso delle teologie e delle categorie, chissà se è giusto dire così, chissà se è bello far così, si fa un po' fatica. Oggi quest'uomo ci porta alla essenzialità del dono di Dio, quello per il quale Dio scendendo nelle stesse strade della tua corporeità, della tua quotidianità, dei tuoi lamenti, delle tue fatiche, l'insana, per cui tu non puoi fare altro per parlare di Dio che di raccontare di te. Ma ho visto? Sai quel tipo che si chiama Gesù? Ma chi è? No? Dov'è? Non lo so. Non sa niente questo qui, ma una cosa la sa, che questo tizio gli ha cambiato la vita. Questo lo sa. Credo che la vita cristiana sia così, io non sono un cristiano, se non per accenni vaghi, ma se voi lo siete, voi sapete che essere cristiani è così, è avere l'opera di Dio dentro nel cuore. E sia che la si abbia volentieri, sia che si faccia fatica a portarla, l'opera di Dio è dentro nel cuore. È proprio accaduto il Vangelo nella vostra vita, nella nostra vita, cari fratelli, è proprio successo il Vangelo. Pensate che roba! Siamo qui questa mattina perché Gesù ci ha guardato con compassione e come sta portando questi piccoli alla piscina di Siloe che vuol dire inviato, così ha portato tutti noi in quel gran bascone d'acqua che è Lui, l'inviato del Signore, il Salvatore del mondo. Ci ha tutti immersi dentro al suo sacrificio, è il Vangelo. Bisogna vivere di Vangelo. Come si fa a vederci così bene? Come si fa a individuare il piccolo? Come si fa ad accogliere il povero? Come si fa a vedere nella trasparenza del cuore? Come facciamo il Vangelo, fratelli? Ci avviciniamo alla Pasqua, rinnoviamo, se credete, un piccolo proposito. Non possiamo lasciarci abbandonare dalla parola di Dio? Non possiamo abbandonare la parola del Signore? In qualunque posto viviamo. Anche stamattina sono venuti degli amici, ma l'altra conferma bellissima. Dappertutto si può, si può dappertutto. Il Vangelo si può dappertutto. Ebbene, è il momento buono. Non possiamo permetterci di andare verso queste giornate sublime e terribili, fino al Venerdì Santo, senza questo fango nuovo che libera i nostri occhi dall'antica schiavitù. Abbiamo bisogno del Vangelo a tutte le età della nostra vita, per i nostri figli. Abbiamo bisogno di riaprire il Vangelo per poter aprire gli occhi.