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III Dom.Pasqua 2011-Giovanni_Nicolini-20110508.mp3

Data: 08/05/2011

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

E' un testo molto prepotente quello di questa memoria evangelica. Ci sarebbero cose molto importanti che il Signore ci ha detto anche attraverso le altre scritture, anche attraverso il Salmo, ma mi sembra di dover cedere a questa prepotenza anche perché ha avuto un grande potere biografico nei miei confronti, quindi ci sono dovuto ritornare continuamente proprio per recuperare pezzi di memoria della mia storia, che appunto ripercorro pensando che in realtà sia un po' la storia di tutti, sia la storia di ciascuno di voi anche, sia la storia della comunità cristiana, la vicenda di ogni chiesa, di ogni confessione cristiana in tutti i luoghi dove Dio l'ha voluta stabilire, un cammino di assoluto prevalere della speranza, contro e di fronte a tutte le fatiche della storia, sia di ogni persona, sia dei popoli, delle culture. E quindi ricordavo questo cammino, un cammino sì, di rassegnazione, ma anche molto sicuro di me. Mi sono ricordato che sul letto in campagna dove stavo a preparare gli esami dell'università, avevo attaccato un cartello che adesso mi sembra assolutamente ridicolo, dove c'era scritto secondo la legge della mia essenza, che è una follia filosofica, e che però è stata la grande certezza, insomma, di tutta la filosofia occidentale e anche della filosofia cristiana, bisogna dire. E io appunto la tenevo dietro il mio letto come una specie di stemma, insomma, di parola suprema della mia vita. Però in realtà era in qualche modo una specie di pretesa di entrare nel realismo della vita. Ai miei tempi si faceva un po' meno fatica in questo realismo, perché noi questa faccenda della resurrezione, come altre volte vi ho detto, non ci turbava per niente, ci importava pochissimo in realtà, per noi era pochissimo importante, soprattutto per noi studenti di filosofia, le cose andavano avanti molto più semplicemente come da quasi 3000 anni andavano, quindi ben prima di Gesù. Come siamo fatti noi, ognuno di noi ha una ciccia che è mortale e ha un'anima che è immortale, ovvero quando si crepa, era abitudine nelle nostre case di campagna aprire la finestra, perché così si dava aso all'anima di andarsene via verso il giudizio di Dio, e poi lì succedeva che l'anima se aveva fatto bene stava bene, e se aveva fatto male andava un po' a bruciacchiarsi. Però non c'era resurrezione, insomma, per noi si era fatti tutti così. È da pochi anni che è ritornata questa faccenda, adesso magari voi siete un po' vecchiotti, avete anche meno delle consapevolezze, ma è stata una bomba questa cosa qui della resurrezione, ha messo dei problemi enormi, ancora di fatto secondo me in gran parte risolti. C'è cosa facendo di questi giorni? Cercheremo di ricordarci come segno di questa difficoltà. Fatto sta che appunto poi invece che cosa è successo? È successa la compagnia, no? L'accorgeremo che la mia strada non era da solo e che c'era qualcuno che mi accompagnava, qualcuno che ho trattato anche molto male, perché mi sembrava che mi volesse riportare al catechismo di quando ero bambino, dicendo, senti, lascia perdere, sei proprio fuori dal mondo. Avete sentito cosa dicono al misterioso pellegrino? Ma spesso è l'unico forestiero a Gerusalemme, lui che è l'unico che ha capito tutto evidentemente, no? E dice, ma sei proprio fuori, eh? E io ricordo benissimo questo, ricordo benissimo questo fuori. E ricordo anche la pazienza invece di quelli, non una persona sola, quelli, quelle che mi hanno accompagnato. E accompagnandomi mi hanno regalato la parola del Signore. È stato il più grande regalo che ho avuto nella mia vita. Un regalo che subito ho dovuto capire che non si può che ricevere in viaggio. Non si può ricevere in un'aula di scuola. Non si può ricevere secondo schemi fissi. Non si può ricevere come un teorema matematico. O come una legge fisica. Niente, no, bisogna andare. Questa parola che mi veniva comunicata andava benissimo, con il ritmo dei piedi e delle gambe e un po' di fiato, perché bisognava continuamente riprendere fiato e ripartire. Una cosa a cui non ero niente abituato. E' vero, prima il liceo classico e poi la filosofia. Mi avevano messo dentro a tutto un inquadramento, ecco, molto lucido, molto fisso, molto fermo, di organizzazioni di pensiero, un catechismo solido, insomma. E invece lì non funzionava più niente. E quindi questa parola del Signore che veniva avanti, è vero, da Mosè, come dice qui oggi la scrittura evangelica, è vero, fino ai tempi miei era tutto un continuo muoversi, un continuo illuminarsi. Questa parola mi ha anche sgomentato, per la sua incapacità di essere contenuta, per la mia incapacità di contenerla, in qualche modo di possederla, di ridurla a qualche regola fissa, insomma così ci si regola, è buona, è già finita. E invece no, tutte le volte, no? Mi scoprivo attraverso quelli che me la comunicavano di questa parola era sempre un orizzonte che si allargava, una domanda nuova, che addirittura mi faceva vedere che anch'io, in fondo, avevo considerato il mio universo di sentimenti e di pensieri in modo troppo angusto. Bisognava allargare la tenda, allargarla continuamente, accettare l'imprevisto, molte volte accettare di non capire. Però questo non capire, poi, rapidamente non mi ha dato più fastidio. È vero, non mi ha dato più fastidio, perché era quel non capire quando la persona del tuo cuore, del tuo amore, ti dice delle cose, tu qualcosa capisci, qualcosa ci stai anche poco a tempo, qualche cosa proprio non capisci, ma non importa, perché la cosa più importante è che lei, la persona del tuo cuore, intanto parli, intanto ti faccia compagnia e ti accompagni con la dolcezza e la potenza del suo parlare al tuo cuore. Era già il principio di innamoramento, insomma, e quindi la serena fiducia che è quello che non si capiva oggi, si capirà domani, tanto me lo riracconterà ancora. Sapete quando si dice e si scopre all'improvviso quello strano gusto, perché una cosa già ascoltata dice sì, sì, dai, l'ho già sentita, l'ho già sentita. E invece una cosa ascoltata, ma anche amata, hai bisogno di dire dimmela ancora, ripetimela ancora. Ma te l'ho già detto, ma ho bisogno ancora che quella parola diventi voce e quindi viaggi ancora una volta verso tu me e bussi e mi sorprenda. Insomma, un cammino decisivo, assolutamente fondamentale. Mi permetto di farci un po' reclamo, perché è necessario. necessario. Noi per 400 anni, per 500 anni, abbiamo frequentato pochissimo la parola del Signore, per quella che ci è sembrata una certa esagerazione di alcuni tedeschi, svizzini, inglesi, insomma, erano andati un pochino fuori con tutta questa mania della parola e siamo stati tentati di chiudere il libro. Abbiamo preferito il catechismo al libro. Abbiamo studiato la teologia più che ascoltare la parola. È vero, ma il regalo del concilio è stata la grande riapertura di questo. E per me la stagione è stata il concilio. E quindi l'accettare di doversi rimettere in cammino, perché tutto quello che sembrava così assoluto e sicuro bisognava lasciarlo rivisitare dalla tenerezza potente della parola dell'Evangelo. È stato il fascino di un grande viaggio. Ma in quel viaggio sono cambiato, si cambia inevitabilmente. Come ero sicuro col mio cartello dietro il letto. Come ero anche un po' scandalizzato che questo qui venisse a dirgli delle cose, ma cosa crede, che non sappia? Che l'ho anche trattato male, vero? Ma poi pian piano il mio cuore è cambiato. Ed è cambiato precisamente in quelle tre direzioni che dice questa mattina il Vangelo mettendolo sulla bocca di quei due. Uno si chiama Cleopa e l'altro sono io. Non c'è il nome dell'altro, così puoi essere tu, tu e anche tu. E tutto era cambiato per cui alla fine ci siamo accorti che avevamo paura del buio. Ci eravamo accorti, cioè che se quella parola non c'era più, ci saremmo ritrovati al buio. Dice, ma cosa ti salta in mente? Hai sempre le tue belle certezze dentro, le tue luci. No, no, no, no, aspetta, aspetta, aspetta, perché se non ci sei tu e questa parola ho paura perché si fa sera. E quindi la seconda cosa era, quindi resta con noi. E quindi questa parola alla fine, all'inizio è ascoltata con sufficienza, all'inizio era diventata come quella farina che la mattina era dispesa sul deserto ed era quel pane della vita e i nostri padri si alzavano dalle loro tende e uscivano fuori a raccoglierne un poco, quello che bastava per poter camminare un giorno. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Se se ne raccoglieva di più marciva nei vasi. Bisognava prendere quello che bastava per fare il cammino. come ci nutri oggi? Resta con noi perché come facciamo se non c'è questo pane? Resta con noi e il giorno già avvolge al declino. E quello che prima era accettato razionalmente, inevitabilmente, tutto comincia poi tutto finisce, si nasce e si muore. Tutto ha un principio, uno svolgimento e poi alla fine un inevitabile decadimento. Che cosa vuoi dire? No, no, no. era diventato insopportabile pensare che il giorno volgesse al declino. Avevamo l'impressione che anche la notte più fupa potesse essere spezzata da quella luce improvvisamente accesa nelle notti del nostro cuore, del nostro spirito, anche, appunto, delle nostre presunte certezze, capite? E lui allora è entrato per rimanere. E poi è accaduto quello che appunto voi sapete. L'abbiamo riconosciuto allo spezzare del pane. Quando quella parola è diventata pane e quando quel pane è stato spezzato per il suo desiderio che anche noi potessimo mangiare di quel pane. Pane spezzato in tantissimi frammenti, come quando se ne fece di cinque pani, pane per cinquemila, e se ne raccolsero dodici ceste perché in dodici potessero avviarsi per le generazioni della storia futura, perché tutti, veramente tutti, ne avessero di questo pane della vita. Lì l'abbiamo riconosciuto. Quando lui, il pane della vita, è stato spezzato, quando lui, Gesù, dalla croce, è diventato pane spezzato perché noi avessimo la vita. Lui, pane, che ha dato la vita perché noi vivessimo e fossimo vivi. Allora lì l'abbiamo riconosciuto. E allora lì è stato anche illuminato tutto il cammino che avevamo fatto prima, che avevamo fatto partire male, che ci aveva sedotti, che ci aveva portati ad essere quasi come vivi, impauriti in quello spezzare del pane. Tutto è stato illuminato e abbiamo compreso di essere stati presi per mano da lui. Allora è vero che non l'avevamo riconosciuto, sì, perché adesso il mio invito è chiedervi di fare per un momento memoria di chi era quel pellegrino che una volta e l'altro persona, persona, un bimbo troppo piccolo, un povero troppo povero, una donna troppo bella, una vicenda di sorriso e un'occasione di pianto. Ci sono fatti pellegrini della vostra vita e hanno camminato con voi e vi hanno regalato il Vangelo di Gesù. Vi ricordate? Perché voi certamente hanno dei nomi, non avevete riconosciuto che era lui, ma adesso riconoscete che è lui e che loro sono angeli che hanno visitato la nostra vita e sono venuti mandati da lui, densi di lui, fecondi di lui, perché noi ricevessimo da questi angeli la sua parola. Pellegrino sconosciuto che si rivela pienamente come colui che ha guidato quelle vicende della nostra vita che ci hanno portato fino all'umile tavola dove il pane è stato spezzato e noi l'abbiamo riconosciuto. Da allora è stato necessario ritornare a Gerusalemme, ritornare cioè alla grande unica Pasqua della storia, quella che ha creato la storia nuova, quella creazione nuova rispetto alla quale la creazione antica pur meravigliosa era solo profezia di quella Pasqua nuova. quella Pasqua e quella vita nuova così belle che il diacono qui nella notte santa ha osato cantare colpa felice quella dei pregenitori che ci ha meritato un così grande salvatore. E questo è stato anche riscatto della nostra vita di peccatori perché potevamo in fondo esserne terrorizzati se il confronto drammatico con questa luce nuova avesse giudicato drammaticamente non solamente la nostra vita ma noi stessi e invece lui era venuto per salvare noi per il nostro bene per generarci alla vita nuova e quindi quella parola ci ha giudicato ma non ci ha condannato. È stato severo il giudizio del Vangelo ma è stato giudizio per la vita perché anche oggi anche questa mattina possiamo ritornare ancora a Gerusalemme alla cena ai piedi della croce al sepolcro vuoto alle donne che annunciano agli angeli e al nostro ritorno a casa sicuro? No pieno sempre di perplessità pieno penso di dubbi di domande di incertezze quest'uomo che in questi giorni ha ucciso un altro uomo col me la mettete voi dopo se avete qualche adesso non possiamo andare troppo avanti ma se avete dopo qualche cosa da dirmi mi fa piacere ne ho bisogno per me è un interrogativo della storia non sono d'accordo nel precipitare né in una ipotesi né in un'altra ha fatto bene quell'uomo che in fondo sembra anche essere qualche volta un segno di qualche luminosità e ha ucciso l'altro uomo certo quell'altro uomo certo ma neanche Caino capite poteva essere ucciso e quando Caino gridava dicendo adesso chiunque mi incontrerà potrà uccidermi come un cane e in quel momento Dio ha messo un segno su Caino per dire che nessuno poteva toccare Caino perché anche Caino il povero malvagio Caino era di Dio allora capite ecco questo che è la parola del Signore è sempre così ricca e così ulteriore per cui la proclamiamo in chiesa ma ci porta subito verso casa nostra i nostri pensieri il nostro passato quello che c'è davanti le persone le vicende e tutto viene come risospeso nel mistero del Signore tutto merita attenzione devozione non precipitazione di giudizio umiltà di pensiero accoglienza forse qualche volta pianto capacità di attendere certezza che in ogni modo tutto è per una festa che è necessariamente come la festa che facciamo questa mattina sosta nel deserto della vita poi rapidamente bisogna raccogliere tutto e ripartire andate la messa è finita alleluia e si riprende il cammino in questa precarietà della nostra condizione in questa umiltà del viandante che non accetta mai e non cede mai al pensiero di essere arrivato perché c'è ancora strada davanti a te e devi ricominciare in tutto questo c'è lo splendore del dono che abbiamo ricevuto da Dio journa 고민i più più sì Grazie.