Dunque c'è qualche posto forse su di sopra perché così evitiamo gli svenimenti durante la liturgia. Sono sicuro che siete molto esperti già ma vi ricordo che questa sera noi entriamo in una liturgia che di per sé non si interrompe, non finisce questa sera, non si interrompe, rimanda alla liturgia della croce di domani, del venerdì santo e termina quest'unica azione liturgica alla fine della veglia della notte di Pasqua. Quindi per esempio non si dà una benedizione finale questa sera perché la liturgia continua. Quindi questi tre giorni sono come un unico grande avvenimento che è poi l'avvenimento dell'amore di Dio. E questa sera, in questo primo passo della liturgia, intanto voglio ricordare una cosa sulla liturgia, più che ovvia anche questa. E cioè che noi non siamo qui semplicemente a ricordare con alcuni gesti, alcune parole, eventi del passato che quindi ormai è rimediabilmente passato e noi saremo qui per una specie di azione nostalgica e molto pericolosa per la storia. Invece noi siamo qui perché per la nostra fede ebraica e cristiana, quando noi celebriamo la liturgia, quando noi ricordiamo questi avvenimenti, per la potenza dell'amore di Dio siamo trasferiti in quegli avvenimenti. E quindi siamo partecipi questa sera sia dell'antica Pasqua dei nostri padri ebrei nella loro prigionia egiziana e nella loro grande tradizione che li ha portati fino ad oggi a celebrare questa festa di Pasqua come la loro festa più importante e secondo quello che abbiamo ascoltato anche dal libro dell'Esodo, una festa tipicamente familiare. È una festa che non si celebra in tutta la comunità insieme, ma in ogni casa e sulla mensa di ogni casa. E poi appunto è stata ricordata la cena del Signore, in modo particolare anche questo gesto vicino, accostato alla liturgia che celebriamo questa sera e che è ricordato dall'Evangelista Giovanni che abbiamo ascoltato nella lettura evangelica. E quindi partecipare alla liturgia, celebrare la liturgia perché tutti celebriamo questa liturgia, vuol dire entrare in quegli avvenimenti, vuol dire essere portati dentro a quegli avvenimenti di salvezza con perfetta attualità. Quindi noi entriamo in tutta questa storia e siamo anche noi partecipi di questa secolare vicenda che ha portato Dio a questa decisione strana di lasciare la sua casa e di esiliarsi nella nostra vita, nel deserto della nostra vita, fino ai suoi ultimi esiti. Ma questa sera mi pare che ci sia emergente una domanda che i nostri padri ebrei si sono continuamente fatti nella loro storia, perché misuravano se stessi con gli altri popoli, riconoscevano di essere il popolo più piccolo di tutti, un popolo che non era ne ancora capace di trovare una fisionomia stanziale della sua vita e quindi un popolo fondamentalmente migratorio, pastorizio, pastori nel deserto del Sinai, poveri pastori. E come mai ha preso noi una domanda che non ha mai risposta diretta e definitiva, se non una risposta da parte di Dio? Non vi ho scelto perché siete il popolo più grande o siete il popolo più ricco, siete il popolo più forte o siete il popolo più virtuoso, ma io vi ho scelto perché vi amo e quindi non c'è un'altra ragione. Ma questa risposta di Dio, io vi ho scelto perché vi amo, trascina immediatamente un'altra considerazione. E noi amati da Lui chi siamo? Ecco, e questa sera emerge questa nota fondamentale della realtà del popolo del Signore, che forse contraddice poi a certo appesantimento di tradizioni, di abitudini, di chiusure, è vero, di autocontemplazioni o autocommiserazioni. Invece il Signore sappiamo perché ci ha scelto. Ci ha scelto perché siamo della povera gente. Ci ha scelto perché siamo della povera gente. E perché noi abbiamo bisogno di essere salvati. Non ci ha scelto perché siamo virtuosi e forti. E quindi una nota propria del popolo di Dio è quello di essere un popolo di povera gente. Questo è decisivo per l'interpretazione di tutta la nostra vita. Non è stata secondo le elezioni del mondo, dove appunto, quindi ovviamente, primeggiano i grandi primati. No, noi siamo stati scelti da Lui perché siamo proprio in fondo, siamo in fondo alla classifica. Ed è per questo che Lui non può dare nessuna ragione, se non una ragione che parte da Lui. Io vi ho scelto perché vi voglio bene. E noi quindi questa sera celebriamo, in partenza in questa grande liturgia della Pasqua, lo stupore di questo amore strano di Dio. E che ci ama proprio perché siamo piccoli e poveri. E quindi non possiamo fare da noi stessi. Fare da noi stessi non ci riusciamo. E voi sapete che non abbiamo bisogno di fare delle indagini e delle qualifiche per chiederci se è vero che qui siamo tutti della povera gente. Non ci sono dubbi su questo. Siamo tutti proprio della povera gente. Chi in una maniera, chi in un'altra. Viviamo in tempi in cui batte fortemente alla porta delle nostre case. È vero, la povertà proprio dei mezzi di sussistenza, di sopravvivenza. È vero, una povertà che ci impressiona perché sembra un po' estranea alla condizione nella quale normalmente si vive in questo pezzo di mondo. Ma accanto a questa povertà, quante altre, è vero? Povertà di speranza, povertà di pace, povertà di memorie positive, povertà perché la coscienza era tristata da memorie dolorose, povertà perché si è perso il grande amore della nostra vita. Povertà, povertà, tutti molto poveri. È vero? Ed è per questo che spesso ci viene da ricordare che tutte le volte che anche in una giornata iniziamo a pregare il Signore, il suggerimento che ci è stato dato dalla maternità della Chiesa è quello di cominciare sempre con quel primo versetto del Salvo 70 che dice Dio, vieni ad aiutarmi, vieni a salvarmi. E la risposta è la seconda parte del versetto, Signore, vieni presto in mio aiuto. E quindi la povertà è la condizione nativa del popolo di Dio. In certo senso la nostra povertà precede la nostra elezione. Ci ha scelti perché siamo poveri. Ci ha scelti perché siamo poveri. E qui il discorso ci potrebbe portare molto avanti. Per ora diciamo solo uno strano titolo che poi mettiamo in disparte perché questo ci mette il sospetto che alla fine dovremmo scoprire che poi il veramente povero è lui, è Dio. Ma questa sera non può riguardarci. È troppo in là, insomma. È troppo in là. E quindi volentieri ci collochiamo nella Pasqua appunto dei nostri padri ebrei quando erano nella prigionia dell'Egitto, quando gemevano per la violenza che subivano, ovvero per le violenze tremende a cui erano sottoposti, ovvero hanno pianto e gridato. Non è che sapessero le preghiere. Sapevano solo piangere. Ma Dio ha ascoltato il loro pianto e il testo biblico dice che in quel momento gli si sono mosse le viscere di commozione. Si è commosso per noi e ha pensato di desiderare molto di venire ad aiutarci. E si è chinato sulla nostra prigionia, sulla nostra sofferenza, sul nostro pianto e con quegli eventi meravigliosi che i nostri padri ebrei ricordano con tanto desiderio e tanta gioia, e vero ci ha strappati dalla terra del male e della morte e ha fatto iniziare a tutti noi un cammino nuovo di libertà. Siamo entrati in quel mare che si è aperto, vi ricordate? Un'immagine antica del grembo battesimale nel quale noi battesiamo oggi i nostri figli. E da questo fonte siamo usciti come figli lasciando alle nostre spalle la nostra condizione di schiavitù presi per mano da Dio. E' la grande storia che è profezia di quello che noi viviamo questa sera e che questa sera viene ricordato in questo atto forte e concreto. In quella cena, è solo Giovanni, lo sapete, no? Tra gli evangelisti che ricorda questo fatto, durante quella cena, si è tolto l'abito, si è cinto di una veste, di un asciugatoio e si è messo a lavare i piedi dei suoi discepoli. Volevo poi richiamare la vostra attenzione su questi discepoli. Per questo che i dodici ho chiesto che questa sera ci accompagnassero fin da principio. Perché c'è proprio di tutto in quei dodici, vero? Ha preso come suoi amici, collaboratori, compagni di strada, ma con compiti anche molto impegnativi, della gente qualunque. Ha preso anche un pubblicano che non era certo persona di buona fama. E tra questi dodici c'è anche Giuda. Non penso che la Cristina sia Giuda, non penso che Michele sia Giuda, non penso che tu sia Giuda, no? È vero? Ma però certamente di questo bisogna tenere molto conto, è vero? Il Signore quella sera ha spezzato il pane anche per lui. Era evidentemente una punta di questione molto delicata. Continuamente viene chiesto e lui stesso continuamente accenna al fatto che, certo, quel gruppo è denso anche di una grande problematicità. Ebbene, noi questa sera, mi permetto di suggerire, siamo qui con un senso di profonda gratitudine nei confronti del nostro fratello Giuda. Perché? Perché essendoci lui da posto anche a me. Essendoci lui da posto anche a te. Essendoci lui evidentemente abbatte tutte le possibilità di dire questo è degno, quello non è degno, questo può, questo non può. È vero? Nell'amore assoluto di Dio c'è solo il suo amore. Un amore che precede sempre poi la qualità della vita delle persone. Il bello dell'amore di Dio è che lui ci ama come siamo, come è la nostra storia. È vero? Diceva ieri il vescovo appunto di Roma che Gesù non ha casa. E non ha una casa. Vi ricordate che quando uno gli vuole andare dietro lui l'avverte, guarda che le volte hanno le loro tane, gli uccelli hanno i loro nidi, il figlio dell'uomo non ha una casa. Il vescovo commentava questa affermazione nel Vangelo dicendo sì, non ha casa, perché la sua casa è la gente. E lui continuamente va a incontrare la gente in tutte le condizioni della vita della gente. Sicché se si volesse proprio un po' vedere che cos'è il Vangelo, se non nella grande memoria della visita amante, del figlio di Dio a tutte le condizioni della vita umana. Dalla donna, è vero, sorpresa in adulterio di domenica prossima, a quella casa della parabola del prodigo di due domeniche fa, accanto alle grandi folle, di malati, di povera gente, che cerca una strada per la sua vita, alle grandi anche opposizioni, tutto, tutto viene visitato, e tutto quindi viene amato. Che cos'è il senso profondo dell'Evangelo? È questo viaggio dell'amore di Dio, assoluto, indiscutibile. Bene? Allora, nella celebrazione della Pasqua, che inizia questa sera, c'è questa condensazione del mistero dell'amore di Dio, è vero, che è tanto forte quanto a ciascuno è evidente appunto la sua povertà. È vero, quello che magari lo spingerebbe a dire, ma io qui allora non c'entro, allora faccio valigia e vado via, io sono di un'altra pasta, io non appartengo. Allora, è stato per questo che in questi giorni, quando con i ministri si è preparato l'Eucarè, la liturgia di questi giorni, si è detto, ma questi dodici, allora quest'anno chi scegliamo? Abbiamo preferito dire, non scegliamo proprio nessuno, vediamo cosa succede, è vero, ed è successo questi dodici, insomma, per come li conosco sono piuttosto variati, tra di loro ci rappresentano abbastanza bene, è vero, non tanto dal punto di vista della longevità, mi sento un pochino superato, però insomma, per tutto il resto mi pare che veramente siano noi, siano in un certo senso il segno di noi, e vogliono essere il segno di tutti, capite? questo gesto straordinario che il Signore ha fatto, questa specie di liturgia strana, che unica volta nell'anno noi celebriamo, è molto molto importante, perché vedete come collega immediatamente, è vero, la nostra fede con la nostra vita, tant'è che è per questo che abbiamo fatto aggiungere, nella lettura del testo della lettera ai Corinti, dei versetti, dove Paolo si lamenta, e dice, ma Santo Cielo, però quando ci si vede qui, per la cena, per la Santa Cena, è la vostra di voi Corinti, non è mica tanto santa, e qual è il motivo che non era tanto santa? E che loro avevano l'abitudine, che celebrata la messa, anche cenavano insieme, quindi, apro una piccola parentesi, hanno qui disposto, anche stasera, che se qualcuno, finita la messa, vuol fermarsi, è vero, un po' da prendere qualche cosa insieme, c'è, quindi, ci si ferma, per loro era un'abitudine, si portavano la roba da casa, è vero, però, che cosa succedeva? Che c'era qualcuno che aveva niente da portare, e qualcuno che portava troppo, aveva già addirittura preso troppo, allora mi dice, no, però, questa non è mica la cena del Signore, che è una cosa interessante, no? Perché questo dice, che quello che noi celebriamo qui, è anche però la nostra responsabilità della storia, no? È vero? Ricordate quella bella frase del cristianesimo dell'antichità, se abbiamo condiviso il pane del cielo, come non condivideremo il pane della terra? È vero? Pensate alle ingiustizie delle mense, no? È vero? E di come quindi questa ingiustizia delle mense, denuncia in qualche modo l'animo, con il quale noi celebriamo questa cena, bisogna celebrarla bene, è vero? È un atto di grande responsabilità, questo pane, per esempio, questa sera, c'è per tutti, mi raccomando, c'è per tutti, affidandoci certo alla coscienza, alla storia e alla discenza di qualcuno, per quello che riguarda la distribuzione di questo pane, questo pane è per tutti, certo, una persona domenica scorsa è venuta come un po' stupita a dirmi, ma, eh, con le chiacchiere che hai fatto, eh, ho fatto la comunione, era trent'anni che non facevo la comunione, eh, dico, bene per te, eh, ma in pace, è vero, è certo, perché è certamente per tutti, e perché è certamente per tutti, perché lui ama tutti, e siccome questo amore per tutti, lo dovremmo misurare con la sua croce, cioè con il fatto che lui dona la vita, capite, questa sera, allora, le parole della cena, assumono un significato assolutamente decisivo, questo sangue è versato per voi, e per tutti, e per tutti, ci saranno poi condizioni variate dell'esistenza, vero, dalle grandi tradizioni religiose, a quelle culturali, fino alla coscienza di ogni persona, alla verità della sua vita, no? Però, quello che dice Paolo è interessante, no? Perché? Perché se anche tu hai un tuo fratello, un tuo figlio, che non è questa sera qui, con il pane spezzato, vai a casa, e spezzaglielo però, mi raccomando, spezzaglielo, devo confessarmi che in questi giorni, quando sono passato su questi testi, e salta fuori quello che per gli ebrei, come vi dicevo prima, è la Pasqua, una festa di casa, ah, mi è venuto un po' voglia di dire, però allora, se qui non funziona fino in fondo, eh, fatevela a casa questa festa, fate Pasqua a casa, mi raccomando, e se avete qualcuno a casa, che la Pasqua non la fa, proprio per lui, fatela, proprio per lui, è vero, non sacralizzatela, non fatevi dei segni di croce, non fatevi degli incendi, fate come può essere una liturgia domestica, dell'affetto, della riconoscenza, dell'affettuosità, della porta aperta, a tutti i costi, del desiderio profondissimo, che tu ci sia, quante volte, nella mia vita, preteciagurato, mi capita di trovarmi davanti a condizioni difficili, no? Due persone vivono insieme, a un certo punto, una persona, delle due, fa una cosa brutta, difficile, per l'altra, e qual è l'istinto? E l'istinto è quello di dire, basta, allora non c'è più niente, e invece no, e invece no, più che si può, finché si può, tu non puoi non desiderare, e invece, in qualche modo, si continui, sarà un cammino più doloroso, sarà un cammino più ferito, ma, perché interromperlo? È una responsabilità storica, gravissima, io non ci tiro dentro, in questo momento, neanche il discorso della fede, ma è evidente anche a voi, è vero, che è bello e soave, vivere insieme, e che quindi, prima di prendere, una decisione così, bisogna molto, molto, molto riflettere, noi non possiamo, non essere, capite, persone di comunione, che a tutti i costi, incessantemente, ricostruiscono la pace, no? Ha fatto bene, il nuovo vescovo di Roma, a spiegare, alla diplomazia internazionale, che il suo mestiere, è fare il pontiere, no? Perché, pontefice, vuol dire facitore di ponti, dice, cosa volete, il mio mestiere è questo qui, io devo fare dei ponti, è vero, ma è il mestiere di tutti, tutti siamo pontefici, è vero, siccome c'è molto rischio, che si mettano delle mine sotto i ponti, che tra i ponti, irrimediabilmente, si creino delle crepe, e delle scissure, noi siamo, dei facitori di ponti, che possono raggiungere, tutte le direzioni, dunque, se questa eucaristia, di questa sera, per tanti motivi, non può raggiungere tante persone, avete sentito che cosa dice il Signore, quando finita la lavanda dei piedi, si rimette il suo abito, dice, io ho voluto adesso, darvi un esempio, e usa una parola, che vuol dire in qualche modo, immagine, paradigma, insomma, vuole essere una cosa anche molto forte, perché? Perché lo facciate anche voi, e quindi mi raccomando, dice lui, adesso io vi ho lavato i piedi, lavatevi i piedi gli uni gli altri, eh, lavatevi i piedi gli uni gli altri, mi raccomando, che vuol dire, insomma, che questa sera, devi cominciare a preparare, una festosa liturgia di Pasqua, nella tua casa, per la tua vita, per la tua gente, e dobbiamo tutti aiutarci, in questa maniera, perché è la Pasqua del Signore, capite? La meraviglia, che noi stiamo celebrando, il dono grandissimo, che stiamo ricevendo, supplichiamo il Signore, di poter aprire il nostro cuore, è vero? E ricordavo in questi giorni, ancora una volta, quella frase, che, in quel monastero, in Algeria, no? a Tiberin, il superiore di quel monastero, scrive, sul suo quaderno, poco prima che, vengano, i loro uccisori, e lui, pensa al suo uccisore, e lo chiama così, e tu, amico, dell'ultima ora, che non sai, quello che fai, che è la frase, che Gesù dice, quando chiede il perdono, perché non sanno, quello che fanno, e lui, che quindi assume, tutta la potenza, della misericordia, per poterlo chiamare, amico, dell'ultima ora, che non sai, quello che fai, è vero, e quindi, c'è questa meraviglia, la possibilità, di celebrare, qualche cosa, che anche forse, l'altro, non sa, e d'altra parte, anche Pietro, deve accettare, che gli si lavino i piedi, senza che lui, possa capire, altrimenti, se non gli lava i piedi, non può aver parte, con lui, e che cosa vuol dire, questo aver parte, con Gesù, vuol dire, per Pietro, anche lui, poter andare, a sua volta, a lavare i piedi, a qualcuno, e a farseli lavare, e questa è, la meraviglia, vero, di questa liturgia, di questa sera, che noi, celebriamo bene, appunto, a questa condizione, di essere, veramente, una chiesa povera, una chiesa povera, cioè, una chiesa, di poveri, come altre volte, ci siamo detti, in quest'aula, non semplicemente, una chiesa, che, è la madre dei poveri, la maestra dei poveri, la prodottettrice, dei poveri, che è già, un buon risultato, è vero, ma di più, di più, di più, di più, una chiesa, di poveri, una chiesa povera, che quindi, vive davanti alla storia, questa esperienza, straordinaria, che è la potenza, della misericordia, di Dio, capite, perché se noi, di questo, siamo convinti, non c'è, soglia del cuore, della coscienza, di nessun uomo al mondo, donna al mondo, che noi, non possiamo visitare, con una buona notizia, è vero, perché, perché questa è la misura, dell'amore di Dio, e quindi, questo chiediamo, questa sera, con molta forza, anche per il gesto, che adesso celebriamo, che si imprima, fortemente, nei nostri cuori. grazie, grazie, grazie, grazie,