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XXX DomenicaTO-omelia_GiovanniNicolini-Dozza 20161023.mp3

Data: 23/10/2016

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

Mi pare che per entrare un poco nella meraviglia della parola che è stata proclamata e che abbiamo ascoltato, bisogna far emergere nel nostro pensiero e nel nostro cuore la categoria del dono, la realtà del dono. E' come in un istante ripercorrere il cammino della vita, il mio cammino è lungo, per un momento raccogliere tutto il dono di questa vita. Quanti regali abbiamo ricevuto. E può essere che a questo punto del nostro cammino questo ci sia anche semplice. E' semplice. Certo in altri tempi e forse istintivamente la nostra vita l'abbiamo pensata come un'impresa, certe volte anche una battaglia. E certamente con l'aiuto di Dio però abbiamo superato la prova, abbiamo vinto quella difficoltà, abbiamo abbattuto quel muro di separazione. Ma poi, e questo poi è difficile fissarlo nel tempo, certo deve avvenire, deve avvenire un passaggio da questa vita concepita come una grande battaglia, una grande conquista per portarla nella prospettiva invece di un grande dono. Quante meraviglie il Signore ci ha regalato. A partire dal canto delle creature di Francesco d'Assisi, che è anche il grande canto del libro di Daniele, dei ragazzini che sono stati gettati nella fornace, ma vivono come in mezzo alla rugiada e alla brezza, e lodano la meraviglia di Dio. Dunque, la meraviglia della creazione, certo, ma anche la meraviglia della storia, della tua storia, della tua storia, della salvezza. E come il Signore, attraverso tanti volti, sguardi, mani, attenzioni, si è chinato fin dal principio su di te. E come quindi tu sia in grado questa mattina di reinterpretare tutto l'amore che hai ricevuto e di cui sei stato ricercato come la grande carezza di Dio. Siamo esperti d'amore perché siamo stati molto amati e perché siamo molto amati. Dal punto che ormai anche il nostro atto penitenziale, la conversione del nostro cuore, è in gran parte il confessare al Signore che non abbiamo riconosciuto il dono, ma l'abbiamo visto magari addirittura come ostacolo, come fatica, e che invece di avvertire come Lui ci stia portando come su ali d'aquila, abbiamo interpretato la nostra vita come grandi pesi da portare. Però è necessario fare questo passaggio. C'è un inganno che fa subire la vita solo come prova. Questo inganno arriva anche fino all'esito finale. Perché? È perché si pensa che solo attraverso molta fatica si potrà arrivare alla pace. E molto spesso la storia, anche nello spazio cristiano, è stata interpretata come un faticosissimo pellegrinaggio, in fondo al quale forse c'è una terra promessa. E può darsi che per qualche aspetto anche i nostri fratelli e padri ebrei abbiano considerato la fatica del deserto, l'assalto dei nemici, la noia della manna di questo cibo sempre uguale, in fondo anche una certa sottile disperazione dell'avere impiegato quarant'anni per fare un cammino che in una settimana a piedi si fa. Può darsi, ma poi più forte, anche nel loro animo, è emersa invece la grande prospettiva di questa luce che ha fatto vedere la loro vita come meraviglia. È una cosa di cui abbiamo enormemente bisogno, riconsiderare la nostra vita come dono. È un po' questo, mi sembra, il senso profondo di questa parabola breve che Gesù ci racconta questa mattina, parlando di queste due persone che vanno nel Tempio per pregare. Uno è un fariseo e l'altro è un pubblicano. E mi piace quasi anche, con atteggiamento scherzoso, un po' di descrivergli, eh, il fariseo e il pubblicano. Perché il fariseo è magrissimo, perché digiuna. Non ha neanche una palanca in tasca, perché fa le offerte nel Tempio. E quindi proprio è una persona consumata. L'altro che arriva, è pasciuto, è pieno di quattrini, fa dei lavori che rendono e vengono disprezzati dal popolo perché non sono dei lavori onesti, è uno sciagurato l'altro, eh. Ed è bene tenere un pochino in forma caricaturale questa cosa. Perché in realtà, quando noi ci facciamo l'ideale di una brava persona, no? Di una persona religiosa, onesta, casta, eh, ce lo facciamo così, insomma. Un po' magrolino, un po' che ha dato via tutto, un po' che è tutto consumato, è vero? E invece, dal punto di vista somatico, almeno, queste due persone sono così. E qual è il problema, allora? Qual è il problema del fariseo? Eh, ci sono dei sintomi, anche quasi divertenti, dentro a questa parola. Proviamo a sottolineare un momento. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé. Che cosa vuol dire quel tra sé? Potrebbe voler dire che lo faceva a bassa voce. Ma, invece, di fatto, anche dal punto di vista della grammatica, è come se lui facesse una preghiera con sé stesso, insomma. Girasse una polenta nella pentola, eh? È vero? E quindi, non uscisse. Questa preghiera non fosse tanto rivolta, quanto piuttosto fosse un guardarsi allo specchio. E infatti, dice, però dice una cosa importante. Ti ringrazio. La preghiera, oh, meno male, ti ringrazio. Però, avete visto dopo, eh? Perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. E quindi ringrazio a Dio, ma per quello che è lui, eh? Non per quello che Dio ha fatto per lui, vero? Ti ringrazio che sono bello, che sono buono, che sono bravo, che sono casto, che sono onesto, che sono addirittura generoso. Non sono come questi disgraziati che venivano qui a messa alla dozza perché sperano di trovare un po' di misericordia, ma guarda che schifo, ma... Ma vi sembra possibile essere venuti a messa stamattina così? In questo stato pietoso? E dice, ci siamo venuti perché conosciamo te. Eh, eh, eh. E che sei peggio di me. Eh, allora... Sì, perché però è così. Perché è così. E l'altro, che è uno sciagurato, è però... Ha capito tutto. E che cosa ha capito? Ha capito la cosa più importante. E cioè che... Ci ripetiamo quasi tutte le domeniche. Il buon Dio, così come sei, ti vuole bene. Non è che ti ama perché sei così. Soprattutto ti ama malgrado che sia così. Ma non c'è né perché né il malgrado. C'è che in ogni caso ti vuole bene. E tu perché sei venuto qui questa mattina? Per unirti alla mia preghiera e così insieme diciamo Signore, così come siamo, abbi misericordia. Stamattina avrei avuto anche addirittura bisogno di un prete per confessarmi? Non c'era. Allora mi sono confidato con un mio fratello e mi sono detto guarda, mi sono messo così. Cioè, noi siamo qui per questo. E questa però è la strada di Dio. le religioni normali puntano tutte, come ci diciamo spesso, ad andare in alto. Se vuoi il premio è bisogno che fai questo, bisogna che non fai quest'altro, bisogna che di chi metti a posto, bisogna che conghi vita, e se no non ci va il mito. Non ci va il mito. E c'è tutto anche questa complicazione teologico-morale, vero? che proprio non è che sei un disastro, un disastro, quindi proprio all'inferno non ti potrà buttare, no? Ti farai quei 4 milioni di anni di purgatore, porco cane, però, tanti, è vero? Noi ci raccontiamo sempre, però se vai a Zoppogalletto a San Luca, è vero, per 7 volte ti tiriamo giù 300 anni, perché è un buono sconto. Sui 30.000 non è un gran che, però, è vero, perché tutto è una conquista, no? Tutto è una conquista. Mi ricordo quando prendevo in giro un mio fratello, Lorenzo, quello che sta a Gerusalemme, che per fortuna è perfido in realtà, non scriveteglielo, ma è cattivo come una besta. È vero, e prese il premio della bontà, l'ha impregnato tant'era buono, ma proprio, ma sei sicuro? è vero, è simile, se nella bontà sono il primo, eh, nella bontà gli ho pregati tutti, eh, nella bontà sono tutti là sotto, guarda là, eh, ho vinto io, eh, cos'è il paradiso? Una gran volata, dice, sono specialista delle volate, ah, grazie a Dio non è così, per noi peccatori, per noi sciagurati, grazie a Dio non è così. E siamo qui per dirgli, Signore, abbi pietà di me, peccatori. Ah, ma comoda, non so che dirti, non credo che sia proprio così comoda, non credo, perché malgrado, io sia uno sciagurato, in fondo, prevale sempre, in me, il fatto di dire, adesso mi metto a posto, adesso aggiusto questo, e poi divento anche così, eh, e malgrado, eh, non avrei niente altro da chiedere, se non la misericordia di Dio, ancora sono lì, che faccio i conti, che faccio i conti. E invece, l'invito della parabola, è cedere. La parabola non ci dice, che poi questo pubblicano, che si batteva il petto, che non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, e diceva, Dio, abbi pietà di me, peccatore, si sia accorto di qualche cosa, non lo dice. Dice che, sono tornati a casa tutti e due, uno è tornato a casa giustificato, e l'altro, no. Perché chiunque si esalta, sarà umiliato, chi invece si umilia, sarà esaltato. Però qui, non è tanto, solo il problema, del nostro destino personale, quanto, di chi è Dio, e di come è fatto Dio. E questo il punto delicato. Questa è la cosa enorme, che i nostri fratelli ebrei, ci hanno regalato, con secoli di profezia, regalandoci poi alla fine, la carne di Dio, che è Gesù. Il verbo fatto carne, che è diventato uno di noi. È vero, questo Dio, che invece di aspettare, che noi saldiamo da Lui, ha deciso Lui, di scendere da noi. e senza aspettare, che noi diventiamo angeli, Lui è diventato, un nostro fratello. Uno di noi, il più ferito alla fine di noi, il più piccolo, il crocifisso. Scenda ora dalla croce, e gli crederemo. e noi gli crediamo, perché non è sceso. Perché ci ha voluto bene, fino in fondo, fino in fondo. Non mi ha mollato mai. anche perché ho imparato un po' la tecnica, e quindi appena ho FIFA, piano. Adesso è comodissimo, no? Perché appunto, vi dicevo, da vecchi viene, quello che nel mio dialetto mantovano, si chiama la schianzina. Uno ha la schianzina facile, beh. Stamattina mi veniva la schianzina, perché Andres, è andato a inaugurare il suo diaconato, là nella parrocchia, di San Lazaro, che è tutto in grande, loro sono tutti in grande. Abbiamo le cresime, anche noi. A noi ci devono fare un favore speciale, perché siamo in dodici, e bisognerebbe essere almeno in venti. E loro in settanta sono. Al catechismo, beh, se abbiamo 350 bambini, io o me, non so come se ne accadrà, quel mio diacolo lì, lì in me. Ma noi siamo esperti, vedete, della misericordia di Dio. Non siamo invece tanto esperti, ma lo vogliamo diventare, più esperti ancora. Vogliamo poter, anche noi, vedete, gustare e vedere questo quadro nuovo della storia. Non è parziale, il Signore, dice il libro del Piracide, ad anni del povero, e ascolta la preghiera dell'oppresso. Non trascura la sopplica dell'orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi lo soccorre, è accolto con benevolenza. La sua preghiera, arriva fino alle nubi, a bichetta di me, fino alle nubi è andata, la preghiera questa mattina. Sì, il Signore si china, e dopo essersi chinato, profeticamente, su questo piccolo popolo, di pastori, della penisola del Sinai, un popolo proprio da niente, è vero, adultero, ideolatra, ne compiliamo di tutti i colori, gli ebrei, sono proprio un disastro, almeno nella Bibbia, è vero, ma la potenza della sua alleanza d'amore è più forte di tutte le loro brinconate. E alla fine ci hanno regalato Gesù, che è la misericordia del Padre, che è qui con noi, che oggi ci fa ascoltare la sua parola, che si dona a noi, perché di Lui ci nutriamo, perché questo sia il nutrimento della nostra vita. Ogni giorno ci regala il suo Vangelo, perché vuole essere il nostro pane quotidiano, pane irrinunciabile. È vero, come facevano i nostri padri nel deserto, con quella manna noiosa, sempre uguale, che a un certo punto non ne potevano neanche più. È vero, e ogni giorno uscivano, quotidiano. È vero, non si poteva tesaurizzare. Qual è la parola di oggi? Qual è la parola di oggi? Abbiamo deciso di fare un piccolo convegnetto sulla parola di Dio. Lo faremo domenica prossima, al pomeriggio. C'è scritto anche sui foglietti. E qualcuno comincia a parlarci di come faceva un ebreo con la parola di Dio, e come fa un ebreo. E poi ci diranno come fa un cristiano, come fa con noi poveretti, alcune cose importanti per recuperare il senso e il seno del Vangelo, che è la carezza di Dio, che scende su di te. Oggi, qual è la carezza? È la parabola del pariseo e del pubblicano. Ah, bene. Ci nutriamo di questa. È appoggiata al libro del Siracide, e c'è dentro anche la parola di Paolo, che è vecchio, che sta per sciogliere le vele, quando uno va, è vero, al viaggio ultimo, definitivo, e riconsidera anche lui tutta la sua vita. E dice, è andato tutto bene. Ho fatto la battaglia buona, la fede mi è rimasta, adesso mi manca solo la corona che il buon Dio mi regalerà. Ecco, che bello, è vero? Che cosa ti aspetta? La corona dell'amore di Dio, nella sua pienezza. Abbiamo bisogno di recuperare tutto questo. Abbiamo bisogno di rendere facile la via di Dio. Abbiamo bisogno di toglierle il rischio di sembrare una gara dove solo quelli buoni ce la faranno. Abbiamo bisogno che il Signore sia anche per noi, che siamo per noi. È il grande movimento di riforma che si sta facendo nella Chiesa, questo anno della misericordia. E il Vescovo ci ha mandato una lettera, domenica prossima daremo anche un foglietto di indicazione, perché è finito questo anno della misericordia, ci sarebbe questo anno dedicato all'Eucarestia. E come motto ha una roba interessante, perché è una frase che dice Gesù, quando i discepoli gli vanno a dire è tardi, mangiali via che vanno in bottega a comprarsi da mangiare. E lui risponde, no, no, no, dategli voi da mangiare. E dice il Signore, ma abbiamo niente? Cosa avevo? Cinque panci, pochi pesci. e lui stessa, il poco che tu hai e il poco che tu sei, che ne nutre cinquemila. Date voi stessi da mangiare. Sì, certo, perché di una cosa abbiamo in sovrabbondanza, appunto la misericordia di Dio abbiamo in sovrabbondanza. Datevi a voi da mangiare. Tutto quello che abbiamo ricevuto, capite? per l'anno prossimo sarà da distribuire a tutti. Con una scommessa anche grossa che il Vescovo Matteo fa, perché dice la città ha fame, sai, la città ha fame. È vero, certe volte girando nel centro della città i mendicanti sembrano di più dei liberi cittadini. E poi ci sono tante altre fami di giustizia, di pace, di comunione d'amore. C'è un sacco di fame, vero, in giro? E tu però, per quel che dicevamo adesso, hai ricevuto un sacco, vero? Vero che ne hai in saccoccia parecchie? E nella saccoccia della tua storia? E nella saccoccia del tuo cuore? Quanti regali date voi stessi da mangiare. Bellissimo, no? Ognuno deve organizzare la sua tovallina e la sua messa lì dove è? È vero? Sempre bisogno di troppi paludamenti, vero? Magari invitando a cena un vecchio amico, eh? Dategli voi da mangiare. Sì, perché molto abbiamo ricevuto. Ecco, allora è bello che siamo arrivati così, vero? A questo punto del nostro cammino e della nostra preparazione. Oggi recuperare bene tutte le meraviglie che Dio ha compiuto. domani ci discorremo a farne partecipi. C'è qualcuno a casa che ti aspetta, eh? È vero? C'è qualche pianto da riportare al sorriso, qualche solitudine da riportare a un abbraccio d'amore, qualche sconfitta da portare a consolazione. Date voi stessi da mangiare. siamo poveri, sì, ma pieni di regali. Se dovessimo dargli quello che abbiamo meritato avremmo poco. Per fortuna abbiamo da portare a casa un grande bottino che è quello dell'amore di Dio che anche oggi ci fa violenza per il che ti diceva.