Domenica 26 aprile 1998 Parrocchia Sammartini S.Messa
Accoglienza
Alla riva della nostra vita.
(...) E’ l’ultima domenica pasquale in cui si può dire che è il risorto che appare, che si presenta, la prossima domenica più. La prossima domenica la memoria evangelica riprende dei testi che ci ricordano cose dette e fatte dal Signore quando era in mezzo la gente. Questo è importante, molto importante, perché? Perché il Signore è in mezzo alla gente, questo è il punto, capite, è in mezzo alla gente. La sua resurrezione non è una dottrina, è il fatto che lui è in mezzo a noi. A casa tua. Con te, nel tuo cuore. Questa è la scommessa della fede, capite, che in questa domenica, in certo senso apre, perché questa domenica è una domenica di cerniera, da una parte, è vero, è l’apparizione del risorto, ma dove? Nel tessuto, immediato, povero, della mia vita e della tua vita. Il più bel regalo che il padre ci ha fatto. Non una dottrina, come diceva il sommo sacerdote, là, trattando male Pietro e Giovanni, non una dottrina, come dice lui, non una regola morale, ma lui. Questo è il punto, capite, questo è il punto. Questo è la sua insistenza. “Ci credi?” “Ci credo Signore, aiuta la mia incredulità”. La nostra fede è sempre necessariamente incredulità, che Dio miracolosamente soccorre, però bada bene, è come quando un angelo ribalta la pietra di un sepolcro, e il morto risorge. E’ un miracolo la fede, non è un dato: “hai la fede?” “Si, ce l’ho!” non è mica vero. Questo momento, con tuo grande stupore te la regalo. E quindi noi gli consegniamo la nostra incredulità, cioè le enormi assenze da lui della nostra vita. Tutte le stupidate che facciamo, che cosa sono? Sono tutte degli spazi vuoti, dove siamo da soli, soli con le nostre passioni, con le nostre paure tremende, con le nostre angosce, le nostre vanità, i nostri rimorsi, dopo va beh, si sa, facciamo dei guai, per forza, quando uno è da solo è facile che gli succedono dei guai. Il perdono è questa meraviglia dell’affacciarsi alla riva della nostra vita, che ancora una volta pazientemente ci chiama, questo è l’inizio della messa e noi così iniziamo recuperando la nostra condizione di figli di Dio.
Liturgia della parola del tempo ordinario
Prima lettura
Seconda lettura
Vangelo
Omelia di Don Giovanni Nicolini
“...in una barca che non si piglia niente,
e in una rete piena”
(...) Che cos’è la messa?
(...) perché la messa è ricordo e speranza, attesa. Ricordo di quello che ha fatto Gesù, e però è una finestra spalancata sulla vita. (...) Non è un caso che la memoria evangelica insista sul fatto che ha preparato sulla riva. (...) Ma soprattutto, ho molto pensato alla messa in questi giorni, perché, se è vero che con questa domenica inizia questa sfida contro la nostra incredulità, da parte del Signore risorto, perché è padre della nostra vita, (...) e quindi il signore deve molto trattenersi, perché secondo la genuina tradizione del vecchio testamento, c’è una nota propria della sua persona, che è la gelosia. La scrittura cerca immagini per descrivere la gelosia di Dio, e dice che è:
“un fuoco divorante”.
Che vuol dire che è gelosissimo di ciascuno di voi. Un poco sicuramente perché ci vuole bene, un poco perché noi siamo dei mascalzoni, e quindi abbiamo una frequentazione ricchissima e appassionata di un sacco di religioni che a lui danno un fastidio enorme perché sono delle alternative, lui invece vuole essere solo, è il marito geloso, furbissimo tra l’altro, perché ho visto che, te gli dai la mano, lui se la piglia e poi bona, e poi invece ti divora. (...) perché è lui che vuole conquistare noi, non siamo mica noi che abbiamo bisogno di conquistare il peccato, è lui che ci merita, no, è vero, è lui che ci ha pagato, cari, con il sangue di Cristo, di Gesù, del suo figlio. Ecco questo desiderio che lui ha di entrare nei limiti della coscienza, del cuore, della vicenda, ti porta via tutto, gente che nemmeno sa oggi che è domenica, ha nella messa, per me, la sua espressività più forte. La messa a me piace. Ci sono dei giorni che penso ai guai che ho combinato, mi sembra che non mi piace quasi più niente. Ma la messa mi piace. Direi che il primo elemento che viene fuori dalle scritture, della memoria evangelica, è quello che quando torno a messa, torno a capire chi sono. (...) Molto spesso capita così che, si è così alienati che ci si identifica con una cosa che si fa,
“io vado a pescare”.
(...) Non so chi sono, non so cosa vuol dire, fare il prete, a messa, a messa si è come chiamati, e quindi ognuno è chiamato per quello che è, e riscopre quel che è. Fondamentalmente lo scopre perché viene ristabilita la relazione. Quel punto della barca dove c’è quella voce, “E’ il Signore!” E’ quello il momento in cui ognuno capisce chi è. E’ solo la sua espressività, di qualcuno che abbia tanta buona grazia di dircelo, perché noi neanche ce ne accorgeremmo, “è il Signore!”, che è importantissimo per capire chi siamo noi. Perché è da lui che abbiamo preso la fisionomia più profonda, l’unica fisionomia preziosa della nostra vita, siamo fatti di terra, tra settant’anni chi si ricorda più di noi? Nessuno. Veniamo da niente, siamo un niente, no, così. Ma invece siamo scritti sul libro di Dio. Solo la relazione dice chi siamo. I vecchi greci sbagliavano, credevano che uno fosse quello che uno veniva a sapere di essere lui, la sua, dicevano, autocoscienza. Mah, io se “rumo” nella mia autocoscienza trovo sempre lo stesso giro di minestra riscaldata, più angosce, più qualche passioncella in meno, perché comincio ad essere vecchio, molto stima della morte, ...chissà, cos’è la autocoscienza...
E invece la relazione con lui, ...
...si, che ha cambiato la nostra vita, che ha fatto per esempio di noi, e di ciascuno di noi, delle persone innanzitutto volute bene, che è la cosa più importante perché uno sia qualche cosa, perché se uno non è voluto bene è niente. E invece se tu sei importante nel cuore di qualcuno, e sei importante anche quando te ti sciupi, anche quando te ti alieni, quando te entri nella tua ubriachezza. Sei importante perché l’altro ti ama. Una persona voluta bene sa di essere sempre trattenuta nella vita. Quando vado a messa mi succede questo: riscopro, nella mia miseria, di essere importante per qualcuno, per lui se non altro. Mi vuol bene. Recuperare la relazione vuol dire recuperare se stesso. E facendo così, come avete visto in quella faccenda delle barche, capisco dove vado. Perché? Perché l’altra faccenda è che, oltre che a perdere la dimensione di me stesso, perdo evidentemente il senso della vita:
“dove vai?”
“Giro a vuoto”.
Certe volte la testa mi si perde talmente che non mi ricordo più se c’è già stata la pasqua o no. (...) E in ogni caso non so, ...
“dove vai?”
Nella mia pomeridiana angoscia, ho una risposta sola:
“vado nella mia decrepitezza”. Arrigo, stamattina mi ha fatto vedere un boccale dove mi piace bere, che è tutto sbriciolato, ma io ci sono affezionato, lui un po’ perplesso... Questo boccale mi dà l’idea, mi fa capire, che cosa vuole dire l’attributo decrepito, eh, però mi ci trovo bene nel mio boccale decrepito, ci assomigliamo.
“Dove vai?”
“Eh, vado verso niente. Vado verso niente”.
E invece, a messa, ritrovo la strada. (...) a me piace molto Pietro, perché con molto più realismo, il testo evangelico ci fa sapere che Pietro era sulla barca nudo. Nudo. E dice che “si mise la veste perché era nudo”, poi dopo che si è messo la veste si è buttato in acqua. Noi tutti ci spogliamo per entrare in acqua. Invece lui per entrare in acqua s’è vestito. E’ un’immagine stupenda per me, è vero, perché avete capito, no, è un’immagine battesimale. E’ nudo perché è ritornato nella nudità di Adamo, nella vergogna di Adamo, nascosto dietro il cespuglio della sua povera vita. Ma quando il suo amico gli dice:
“E’ il Signore!”,
“ah!? chi sono?” e copre la sua nudità con quella veste che è Cristo, eh, sicchè il mare di Galilea quella mattina diventa come un immenso fonte battesimale che Pietro ripercorre per andare verso il suo Signore. Si è confinato in una barca immobile là in mezzo, senza direzione,
“dove va la barca della tua vita?”
“Ma è qui ferma, che ne so dove va...”,
ma come è stato detto “E’ il Signore!” tutto si muove, Pietro va giù con questa grande nuotata battesimale e dietro tutte le barche, si trascina dietro la rete, via, bellissimo, bellissimo. La vita che riprende la direzione, ah, si, è vero, vengo verso di te. Mah, dice,
“te vai a messa tutti i giorni?”
“Si, tutti i giorni”
però c’è Pietro, si, per forza, praticamente poi quando esco sul sagrato alla fine della messa è già tutto distrutto, (...) già ritornato nel guaio consueto di me stesso. Per fortuna che ce l’ho tutti i giorni, la messa. Perché tutti i giorni capisco dove andare. Infatti io preferisco dirla alla mattina, no? Si è bella anche alla sera, però meglio alla mattina, perché dopo devo andare, devo trottare, dice
“dove vai, in curia?”, “oh signor me...”
“vecchio così, lasciato là le mie cose, per andare in curia, ma sei matto?”
E invece, la messa, mi dà questa serena pace, che vado da lui. E se mi scoccia andare, la macchina, traffico, mi stufo, là, ... bisogna sempre stare attenti a quello che si dice, eh, dico, un po’ di penitenza mi fa bene, lui ha fatto la nuotata, te fai la tua macchinata. Però si ritrova la direzione, la messa si, ridice dove devi andare.
E poi bisogna anche tenere conto della rete piena.
Eh, perché lui è buonissimo, ci restituisce ad una bellezza, che sarebbe anche al di là, perché a me basterebbero queste due cose qua, sapere chi sono e dove devo andare, insomma, non è mica poco, invece fa vedere anche la rete piena. Veramente a me questo è uno dei punti della messa che a me riesce meno, perché senza retorica, sapete, mi sembra così vuota, forse perché mi aspettavo che fosse pienissima, chissà che sogni mi facevo, che progetti, e però devo dire che, soprattutto nei diaconi, la vedo piena, cioè siccome tanto non gli hai messi dentro te i pesci, e non sei stato te capace di pescare, è stato lui che te li ha fatti pescare, e io vedo a messa le reti piene. Cioè a messa si vede la bellezza della vita della gente. Per esempio, una famiglia, un dolore, una malattia, una speranza, tutto diventa una rete piena. E’ come se si vedesse la vita delle persone tutta riempita del dono divino. Mi sembra di più, le persone sono come delle reti piene, di regali, che ti hanno fatto. Si è quasi estasiati della bellezza della vita, per come cioè Dio riempie di bellezza preziosa, pensieri, sentimenti, incontri, prove. Un bambino è anche più facile osservarlo no, e poi c’è anche meno impegno no, se devo mettermi a osservare te, dopo un po’ mi dici:
“ma cosa vuole lei, vecchio, se ne vada”
“stavo a guardarla...”,
invece un bambino...
... lo osservi di più, se c’è sua madre, puoi osservarlo di più. E dopo mi viene voglia di dirlo, di dire: “ma vi rendete conto di come la vostra vita è ricca, è bella, di quante cose inaspettate, immeritate, proprio del cielo. Per voi il cielo non è una ipotesi, perché l’avete nella rete! Com’è che conta la vostra vita!” E quindi nostro malgrado, quanto bene facciamo, ma preferisco dirla al plurale, quanto bene fate, quante volte, senza rendervene conto. Un vostro sorriso, un piccolo intervento, in cui avevate mal di pancia, mal di denti, voglia di scappare via, vi ricordavate delle uscite della sera prima..., per quella persona lì è stato importantissimo. Eh, ma anche a Pietro..., è bravissimo a riempire gratuitamente.
“Ma, mi vuoi bene?”
E poi c’è la quarta roba, la quarta roba è quella di questo dialogo, di questo terzo grado, di questo interrogatorio, terzo grado, che Gesù fa al suo amico. Non so se sia terzo grado perché gli fa le tre domande, mah, e lui poverino alla fine, “ma più, ma basta, ma cosa mi continui a domandare, no!?” è vero che ci sono delle ragazze che continuano a chiedere al moroso:
“ma mi vuoi bene? Spiegamelo...”
e dopo un po’: “Ma mi vuoi bene?”,
“Ma si, ti voglio bene”
“Ma, mi vuoi bene?”
“Ma si! Ma dai che te l’ho già detto!”
È vero, è il signore è così, è bello no, come si è fatto piccolo, come si è fatto piccolo, a essere lui che ci domanda: “ma mi vuoi bene?” Perché questo interrogatorio? Perché la messa è anche, non c’è dubbio, una restituzione alla responsabilità. Perché il Signore a messa ti rimette in mano la gente, la tua famiglia, i tuoi figli, i tuoi vicini, i tuoi nemici, quelli che tratti male. Te la rimette nel cuore. Perché è un altra dimensione capisci, anche perché è uno stranissimo dialogo, perché da una parte lui si fa poverissimo, perché è una grande povertà no, andare a dire: “mi vuoi bene?” ci vuole un bel coraggio, bisogna aver superato ampiamente i cinquant’anni, cosa che non era di lui, per avere il coraggio di dire: “ma mi vuoi bene?” Insomma da giovani si è un po’ più legnosi, è vero, si fa fatica, proprio ci vuole una persona di gran confidenza per dirgli una roba così. E però se da una parte si fa piccolo, dall’altra si vede subito che è grandissimo, perché dice: “pasci i miei agnelli!” Sono suoi eh, questa gente che è sua e gliela dà.
“Prendili su, dai!”
“Prendili su!” Persino la gente che non vedi in faccia, quella che non conosci, che appartiene ad un’altra cultura, che ha un altro colore di pelle, che sta in posto dove magari in questo momento fa un freddo cane,
“che fortuna non essere nati eschimesi, vero? che freddo...”,
però anche loro sono tuoi, in un certo modo, vero. La messa ti dilata il cuore nelle misure del mondo, di tutta la storia. E’ proprio perché lì si ridiventa i figli di Dio, e quindi tutto ci è affidato. A motivo di tutto questo, i cristiani vengono a messa in una condizione molto curiosa della loro vita, che secondo me sono ben rappresentati dal testo degli Atti e dal testo dell’Apocalisse, perché la vita assomiglia molto al testo degli Atti (...) perché è vero che la vita è questa confusione no, questo gran sacerdote, proibizioni, permessi. Com’è difficile muoversi. Te che dici
“ma devo obbedire a Dio, porco cane, no”. (...)
State attenti a non chiedere troppi permessi, perché se te chiedi un permesso, l’altro crede di avere lui il potere di dire di si e di no, invece è meglio che ti fermi, e ti dice
“non potevi”
eh, “non potevi”, ma te va avanti! Non star lì,
“ma cosa fai? Domandi il permesso di fare pipì?” Santo cielo, ci penserà lui!”
Perché altrimenti c’è una sovrapposizione di gerarchie, di obbedienze. Non so se anche a casa vostra è così, ma se non si sta attenti, c’è una moltiplicazione delle regole. Noi per fortuna in casa nostra c’è una regola, “oh, senti, la regola è quella!”. Tanti “vietato fumare”, “vietato sostare”, come si fa.. la vita è complicata, molto, inevitabilmente. E quindi da una parte c’è questa stretta, dall’altra però, appunto, a motivo della messa, c’è questo libro dell’Apocalisse, ragazzi, che è una meraviglia, è vero, perché “vidi e udii la voce, di quelli là che cantavano l’agnello che era stato immolato”, è vero, chi sono?
“Miriadi di miriadi, migliaia di migliaia”,
ma che larghezza! Ho visto, perché sono andato a vedere, perché sono testi citati dall’antico testamento, che sostanzialmente sono dei numeroni per dire: “tutti”. E quindi se da una parte la storia è stretta, dall’altra, è larghissima, perché quando vai a messa, quando vai a messa tu vedi che non sono mica i quattro gatti della chiesa di Sammartini che dicono “che sei degno, l’agnello” tu, dici:
“si andrà a finire così? Quattro gatti?”
Invece no, tutti! Ah che roba, questa immagine di una storia tutta salvata, tutta larga. Hanno fatto bene a mettere quel salmo che dice “hai mutato il mio lamento in danza”, è bellissimo, perché è vero, a messa c’è una specie di capovolgimento, dove tutto quello che è stretto è largo, dove tutto quello che è difficile poi dopo è semplice, è arioso, è pieno di lode, è libero. Pensate quando saremo totalmente liberi, eh? (...) E’ vero, quando si apre questo finestrone che è la messa, lì c’è una totale libertà e totalità. E’ una liberazione di tutte le cose bellissime che Dio ci ha messo dentro e che adesso, eh, sta attento, glielo puoi dire, no, regole immediate, i precetti della carità, e dice, inevitabile, allora il cristiano, a motivo di questa vicenda, è continuamente ...
...in una barca che non si piglia niente e in una rete piena,..
e continuamente là fermo, in riva al mare
“ma dove cavolo andiamo che c’è la riva?”
La riva del cristiano è schiacciata tra questa angustia e questa libertà. E’ continuamente intrecciata, no, tra questa necessità anche per lui di portare tutto il peso della storia e nello stesso tempo di coglierne tutta la dimensione finale. Dice
“ma te, te la intendi con i musulmani?”
“Difficilissimo dialogare con i musulmani. Possiamo anche riuscire a mangiare insieme, ma dialogare, sulla loro fede, sulla nostra fede, difficilissimo”
E’ difficilissimo. Questa è la storia eh. Eppure saremo tutti là... E quindi, capisci, te non ci riesci a dialogare con il musulmano, però devi avere la possibilità di farti capire, che te gli vuoi già un gran bene, perché? Perché il lamento sarà completamente trasformato in danza e per sempre canteremo, è vero? Tutto questo lo sai già, adesso devi accettare la fatica della storia, adesso devi accettare l’angustia della tua mensa, della tua festa, che però la messa continuamente spalanca.
Strane vicende quelle dei cristiani.
Qualcuno ci si trova bene, qualcuno fa un po’ fatica, qualcuno dice
“cantare tutto quel tempo, così, non ce la faccio”
e allora magari il padre eterno se lo piglia lo stesso, qualcun altro gli piace tentare continuamente di pescare anche se sa che non piglia niente, e il padre eterno lo lascia giù un po’ a pescare, poi c’è “la sorpresa del mattino”. In ogni caso si tratta evidentemente “dell’avventura stessa di Dio”, questa continua oscillazione tra il nulla e il tutto è infatti il continuo inevitabile passaggio e tensione tra la morte e la vita, tra la sconfitta e la resurrezione, tra la passione e la gloria. Qui cioè siamo dentro ai grandi segreti dell’esistenza, di Dio prima che dell’uomo. Questo c’indurrebbe adesso in un problema gravissimo: quindi Dio conosce la morte? Boh, su, adesso non farmi delle domande che se no boccio. Quello che è certo è che tutte queste accettazioni di questo intreccio tra l’oscurità e la luce me l’ha fatto sapere lui. Le religioni inventate dagli uomini sono sempre l’illusione che ci sia una corda adatta per arrampicarsi e star sopra la cima. Invece l’esistenza del credente, dell’incredulo, a cui Dio regala un pizzico di fede, è continuamente chiamata ad accettare la stretta di questa vicenda meravigliosa che esprime la carità di Dio e il suo desiderio di camminare in mezzo alla sua gente.
Saluti finali
(...) invece i pescatori devono diventare tutti pastori, come si è visto nella vicenda di Pietro, poveretto, e qui aggiunge una nota molto importante, e cioè che Pietro, che non era assolutamente un bravo pescatore, è noto solo per le sue “notti inutili”, è vero, sicuramente, a parer mio, pastore era ancora meno capace, ma glielo faceva fare il Signore. La nostra parte non siamo capaci di farla, ma se ce la fa far lui, funziona. Noi continuiamo ad avere l’impressione di non essere capaci, continuiamo a tornare al signore,
“non sono capace, sono stufo”.
Ma lui mette i pesci nella rete e fa si che anche il gregge riesca a trottare.
E quindi buon lavoro a tutti...