← Torna alla ricerca

5DomenicaTO-Giovanni_Nicolini-20120205.mp3

Data: 05/02/2012

🗣️ Lettura Vocale Testo:

Testo dell'Omelia

C'è un motivo per il quale appunto vi ho detto che potevamo forse cogliere l'incontro tra Gesù e questa donna malata come una specie di icona povera dell'annuncio. La ragione è che dopo questo incontro il testo evangelico dice che viene sera e che per quello che era avvenuto nella casa di Pietro portano lì davanti tutti quelli che sono malati. E anche quelli che sono chiamati indemoniati, ne abbiamo parlato domenica scorsa, non ritorniamo su questo. Percediamo soltanto al fatto che questa locuzione che a noi può sembrare un po' violenta e strana è invece importante e ci riguarda tutti, no? Come dicevamo perché essere indemoniati vuol dire essere dominati da uno spirito cattivo, da un pensiero, da un sentimento cattivo dal quale tu non riesci a liberarti. Che può essere un demone di tristezza come un demone di ira, un demone di violenza come un demone di vendetta che ti imprigiona. Non torniamo adesso su questo tema, però appunto li portano tutti quelli che quindi hanno bisogno di essere come quella donna malata, liberati, rialzati dal loro male. E c'è un'osservazione piccolina del testo di Marco rispetto ai testi di Matteo e di Luca che mi sembra molto preziosa. Dice, venuta la sera dopo il tramonto del sole gli portavano tutti i malati e gli indemoniati, tutta la città era riunita davanti alla porta. Siccome gli hanno portato tutti i malati, tutti quelli che avevano bisogno, tutta la città c'era, capite? Tutti noi. E quindi quello che è accaduto dentro la casa di Pietro raccoglie questa assemblea globale perché tutti abbiamo bisogno di essere salvati. Non c'è più quella famosa riga in mezzo alla lavagna che faceva mettere da una parte i cattivi e dall'altra i buoni. Non c'è più la divisione e la differenza tra i malati e i sani. Tutti questa mattina siamo venuti a chiedere al Signore di essere liberati. O meglio forse, e questa è l'impostazione anche dei testi biblici di questa domenica, è lui che prende in qualche modo questa iniziativa. Perché molte volte siamo così immersi nel nostro male che neanche ce ne accorgiamo più. Cioè siamo come rassegnati, lo viviamo, lo respiriamo dal dentro, no? Uno dice io sono fatto così, a me è capitato questo. La mia vita ormai è con questa fisionomia. È lui che se ne accorge. E quindi forse è meglio dire così che noi siamo tutti qui e lui viene a visitarci. Oppure nella potenza dello spirito lui ci trasferisce insieme a tutti quegli altri che quella sera erano davanti alla porta nella città di Cafarnao. Tra l'altro un po' questa faccenda della porta è vero. È preziosa anche questa. È semplicemente forse la porta della casa di Pietro. Però la porta per noi è importante perché vi ricordate, no? Al capodecimo di Giovanni lui dice io sono la porta. Perché bisogna trovare una porta d'uscita. È vero? Ricordate che l'immagine del pastore in quel testo di Giovanni cambia direzione, mentre negli altri testi il pastore va a cercare la pecora che si è perduta e la riporta a casa, qui invece è il pastore che chiama fuori le pecore, le conosce benissimo, le chiama una a una e avvia per loro questo grande cammino guidato da lui. Perché? Perché bisogna andare alla casa del padre. Quello recinto ha rappresentato un'antica economia importantissima di salvezza che i nostri padri ebrei hanno custodito con fedeltà anche in mezzo a tanti drammi della loro storia fino a Gesù. Ma da Gesù non si può più stare chiusi nel recinto e nel recinto del tempio. Bisogna uscire dal tempio e incamminarsi con il padre. Anche di questo c'è un'annotazione bella, mi pare, nel testo evangelico di oggi che è forse solo una precisazione descrittiva, ma è importante perché dice in quel tempo Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e esce dalla sinagoga. E certamente è uscito. Tra l'altro il testo finisce con lo stesso verbo. non ha messo in evidenza nella versione italiana, ma lui dice che bisogna che ce ne andiamo nei villaggi vicini perché io predico anche là, per questo infatti sono venuto, propriamente direbbe sono uscito. Da dove? È uscito dal padre, è uscito dalla casa del padre. È stato mandato, è stato esiliato dal padre perché venisse qui in mezzo a noi e la sua venuta in mezzo a noi, che cosa prova? La nostra uscita. Bisogna uscire dal tempio. È vero, lui esce dal tempio, notate, esce dalla sinagoga, bellissima l'immagine, ed entra in casa. È vero. Ormai non c'è più, come altre volte ci siamo detti, uno spazio del sacro e uno spazio del profano. Non c'è più. Perché? Perché il mistero di Dio, nella potente umiltà e povertà del Cristo, ha visitato tutta la creazione e tutta la storia. Non c'è più quella separazione. Perché lui, come oggi visita questa donna malata, entra in tutta la vicenda umana. Non si ferma mai, nessuna vicenda umana. Entra nella più povera, nella più diseredata. Anche a me, ieri sera, è successo un piccolo episodio di uno squarcio di umanità molto ferita, improvviso. Una piccola esitazione. E poi, insomma, mi ha molto incoraggiato proprio la memoria in quel momento di questo testo. Dice, no, lui vuole andare anche lì. Scherziamo. Ma diciamo che questo è proibito, che qui non si può, che... No, no, no. No, no, non c'è più nessuna situazione proibita. Non c'è più nessuna impurità, violenza, lontananza, sciagura, peccato, incredulità, violenza, male, che impedisca il viaggio del figlio di Dio. Tutti, tutti, nel suo desiderio sono visitati. Ed è per quello, no, che lui non accetta di farsi, è vero, afferrare da Pietro, anche qui il verbo è molto violento. È vero che lo vuole fermare perché tutti ti cercano. Lui dice, ma io però bisogno che vada, dobbiamo andare. È vero perché? Perché per questo sono uscito. È vero. C'è nel mondo, anche questa mattina, una grande sete, un grande bisogno di salvezza. Tra l'altro questo è un modo corretto, no? È un modo riveduto per guardare la situazione intorno a noi. Se guardiamo la prima pagina di Repubblica, se guardiamo il nostro animo, se consideriamo i pensieri che istintivamente ci vengono, ma forse non percepiamo questa cosa bellissima, invece, che il Vangelo ci ricorda. È tutto un mondo povero che ha bisogno di essere visitato e soccorso. Per questo c'è quel testo delicato, bellissimo in sé, del libro di Giobbe, che nella sua avventura, nello stratto violento che Dio gli impone dalla fede, perché Dio lo restirpa dalla fede, insomma, è una cosa grande in cui adesso non possiamo entrare, rappresenta però questa povera umanità che vive un'esistenza difficile, complessa, tremenda. È vero fa, tra l'altro, quel testo di Giobbe, quell'interpretazione del tempo, no? Molto interessante. Perché dice il tempo. Come è? Dice quando sei sotto padrone, quando sei dentro alla prova, quando sei in una notte di sofferenza, il tempo non passa mai, no? Si continua a guardare l'orologio, ma sono passati solo cinque minuti. È vero. È uno dei problemi che si trova molto anche quando si vanno a trovare i nostri amici in ospedale. Spedare il tempo non passa mai, è un guaio spaventoso. Non passa mai il giorno, non passa mai la notte. Non c'è verso di distrasse. Tutto è lentissimo quando si è nella prova. Allora, un vescio, dice, in coda, il testo di Giobbe, quando tu consideri la tua vita, dice, porco cane, sono già arrivato alla fine. È stato un momento. È vero. Io mi sento ancora dentro a tutti i guai e i vizi dell'adolescenza, addirittura, e sono già risstupidito, invece, in una semillità irrimediabile. È vero. È finita. È già finito. È vero. Come un soffio, dice, dura la vita. È questa pena dell'esistenza, no? Che hanno voluto oggi collocare anche nella nostra attenzione per cogliere questa vicenda che riguarda tutti e tutto il mondo. Tra l'altro questa conversione dello sguardo mi sembra molto importante, perché se no si continua a guardare male con un occhio già velato di accusa, di giudizio, è vero, di aggressività, di vendetta. Proviamo a guardarlo in un modo nuovo. Proviamo a guardare il mondo con gli occhi del Signore. Guardiamo così anche le vicende di casa nostra, quelle molto vicine. Siamo troppo sparati sempre a esprimere giudizi, tanto violenti quanto evidentemente superficiali, rozzi e sbagliati, oltre che ingiusti. Invece, oggi, vedete, la cosa è più grande, più penosa e più profonda, ma anche molto più ricca. È un mondo che nel gemito della storia attende la visita, la parola e la carezza del Signore. E questo è quello che si verifica ed è quello per il quale Lui è venuto. E questo ci consente di ritornare un momento da quella Signora che è stata guarita e dice che quando Lui la rialza, Lei si mette a servirli. C'è una spesa interessante qui dal punto di vista delle parole, perché su quel suo servire spende quel verbo che poi per noi è arrivato a onorare questi nostri fratelli che sono i nostri diaconi. Quindi è come se lei esercitasse un ministero, insomma, in qualche modo. Il verbo non è un verbo qualsiasi, ecco. È un verbo che è diventato importante e grande proprio in questa grande vicenda che è la liturgia e che non è solo la liturgia che stiamo celebrando, ma a partire da qui è poi una liturgia della vita. Quindi il suo gesto assume uno spessore molto grande. È il frutto di quello che ha ricevuto. È vero. Che cosa può fare? Non può far altro che cercare di esprimere la sua riconoscenza, la sua sorpresa. È vero. E la sua gioia in qualche modo servendo. È vero. Le cose quindi sono strettamente legate. Paolo illumina tutto questo in quello scorcio straordinario della lettera ai Corinti che stamattina abbiamo ascoltato e stiamo celebrando. E lui dice ma io devo annunciare il Vangelo. Guai a me se non annuncio il Vangelo. Per poi aggiungere che la sua gloria è annunciare il Vangelo senza ricompensa, in totale gratuità. Purtroppo il testo perde qualche versetto. trovate a casa, andarlo a riprendere. Dice per questo mi son fatto tutto a tutti. E dice mi son fatto giudeo con i giudei, mi son fatto, è vero, non giudeo con i non giudei, gentili con i gentili. Perché? Perché desidero questa parola, regalarla a tutti. È lo splendore di una diaconia della riconoscenza. Capite? Paolo sostiene sempre che noi abbiamo contratto un grande debito per tutto il bene che abbiamo ricevuto. Anche questo mi pare molto importante che oggi lo ricordiamo. Perché facciamo così presto a ricordare qualche sverlina, è vero, che inevitabilmente ci capita di prendere. Proviamo a ricordare questa mattina con cordialità profonda tutto il bene che abbiamo ricevuto. È vero, guai a me, dice, se non annunciassi il Vangelo. E mi sembra molto bello questo riceverlo tutti questa mattina. A partire forse da quella donna, no? Che serviva. È vero. Qual è il modo di servire? È quello di fare partecipare gli altri del dono che abbiamo ricevuto. E il regalo più bello che abbiamo ricevuto è questa parola dell'Evangelo che trasforma e fa nuove tutte le cose. Cambia il volto delle persone, cambia il volto delle relazioni. È vero. Cambia persino le situazioni negative, no? Le situazioni dolorose, le situazioni affaticate. Non c'è niente che non sia illuminato e trasformato dal Vangelo. E quindi se da una parte bisogna dire che la potenza della misericordia di Dio vuole entrare dappertutto, la scommessa alta è che tutto però quindi è illuminato da questa parola. Questa è una scommessa formidabile, no? Per la vita di ciascuno di noi. Sicuramente ognuno di noi è venuto stamattina legato anche a delle situazioni legate a doppio filo. Dice, ma qui come si fa a sbrogliare? Ma qui, ricordate che ci sono quelle frasi che non si possono dire, è vero, da cristiani. Non si può mai dire non c'è niente da fare. Non si può mai dire è finita. Mai. È vero. Il Signore mette in opera il suo aiuto perché noi con la testa, con il cuore, con la fantasia, col pianto, col sorriso e soprattutto con un po' di preghiera di quella di cui siamo capaci troviamo assolutamente il vangelo della matassa. Perché anche quella faccenda che in questo momento tu hai portato a messa, è vero, con una specie di tentazione alla rassegnazione, no, no, non ci si può mai rassegnare. Cioè accettare la negatività così com'è. Bisogna accettarla perché non si può mistificarla. Non possiamo lasciarci alienare. Quindi prendiamo atto della ferita in cui ci troviamo, ma da lì però cerchiamo la speranza. È vero. Da lì supplichiamo la potenza della parola. È vero. È il nostro mestiere. Non dice ma com'è che il mio figlio mi ha mandato dei figli. Il mio papà mi ricordo che diceva sempre alla mamma ma perché i nostri figli hanno tanta fantasia così? È vero. Lui ogni tanto ci avrebbe desiderato un pochino più. È vero. Invece noi eravamo tutti matti, d'altra parte era colpa sua. È una famiglia di pazzi. E quindi, d'altra parte è la sfida, no? È la sfida. Perché il Signore ti ha cacciato lì in quel problema così complesso, così difficile? Eh, perché non aveva nessun altro meglio di te per metterti in mano questa cosa dove la scommessa è la speranza, no? La scommessa è la vita nuova. Adesso vediamo che cosa possiamo fare. Ecco, allora vedete, da quel giorno di Caparno questo è l'inizio di questa grande avventura del bene di Dio nel quale siamo immersi. Volevo dire un'ultima cosa anche però su questa donna malata e su quello che è successo. Lui è andato dentro, loro gli hanno parlato di lei, bravi anche loro, eh? E lui subito le si è accostato, l'ha presa per mano, eh? L'ha presa per mano. Ha stretto una relazione con lei. La Chiesa che cos'è? È una grande trama di relazioni, no? Noi per esempio un po' di anni fa non ci conoscevamo e adesso invece ci conosciamo. Sappiamo molte cose l'uno dell'altro. Ci vogliamo bene. Ci provochiamo reciprocamente delle fatiche. Ci chiediamo scuse. Cenniamo insieme. Bene. Questa è la Chiesa. Eh? Forse vi sembra un po' male. No? Certo. È la relazione reale, profonda, che il Signore stringe con noi e genera tra di noi. Non è una cosa che esiste al di là di quello che noi viviamo. O perlomeno esisterà per altri, si capisce. Ci sono altre Chiese. Ci sono, certo, bellissime, siamo contenti per tutti. Ma l'esperienza reale che tu fai della Chiesa, l'esperienza della fraternità, della figliolanza, della maternità, della paternità, dell'amicizia, del conflitto, del peccato, del perdono. Qual è? È la storia. È la tua storia. Mi sembra che bisognerebbe un po' riportare tutto questo a questa semplicità e a questa realtà. La stessa realtà di una baracca come questa, insomma, parrocchia di periferia, cosa metti insieme? Che si vive insieme. Che si vive insieme. È vero. E fa da sé che la storia e nella storia il Signore mette dentro le cose. Mette dentro la malattia, mette dentro anche una carezza. Mette dentro il gusto di trovarsi insieme. E mette dentro, certo, la bellezza del Vangelo. Perché no? Che si impara a piangere insieme, a gioire insieme. È vero. Che si viene a messa per reimparare incessantemente la liturgia della vita. No? Stamattina ho avuto un po' lo scambio di pensieri con Lorenzo. E certo, è importante che la liturgia sia bellissima. È importantissima. È vero. Perché? È perché è da qui che noi caviamo illuminazione, luce, dono, forza, consolazione. Per la piccola liturgia di casa nostra, del posto dove lavoriamo, del caratteraccio che abbiamo. È vero. Quindi è un momento importantissimo. D'altra parte io facevo un po' la parte di sinistra con Lorenzo. E quindi dicevo, però bisogna che i sindi, anche se molto attaccati alla storia, è vero? Certo, certo. Bisogna che sia attaccata alla storia. E che quindi non sia in qualche modo il rischio di un'evasione, capite? Di una specie di sacralizzazione dove dopo non riesco a trovare i legami col campanello di casa. È vero. Però deve essere bellissima. Come è stata nella casa di Cafarna. È vero? È stata bella, vero? Molto più bella di quella chiesa che c'è il costruito sopra. Di modo adesso non voglio entrare in polemiche architettoniche. È vero? Ma certo, questi due termini bisogna tenerli insieme. Una liturgia bellissima e nello stesso tempo dentro il respiro della nostra vicenda umana. Bene? Allora ringraziamo il Signore come sempre. Quei quattro filibustieri che sono stati con lui in sinagoga e adesso l'hanno portato a casa. Quella Signora, tutta la gente di Cafarna. Perché tutto quello che oggi il Vangelo ci racconta, che cos'è? Come sempre? Che cos'è? Se non semplicemente quello che ci capita. Ricordate, no? Quella osservazione appunto molto carina di quelle Zagrebelsky che fa il Presidente Onorario della Corte e dice di non essere credente. E però se ne intende l'Ivangelo, secondo me. Allora rispetto al problema delle cose del Vangelo, ma sono proprio successe così? Ma è proprio stato così? Ma chissà com'è avvenuto quando ho passato il Mar Rosso, quando è... o chissà se è proprio successo. E lui arriva a dire, beh ma non importa. Anzi, è quasi meglio se non è successo. Perché? Perché è quello che succede sempre. Nella storia della salvezza c'è dentro il segreto della nostra storia. E quindi quando noi ascoltiamo la parola di Dio, veniamo a sapere qualche cosa di Lui, moltissimo di noi. Tant'è che non ci conosceremmo se non avessimo il Vangelo. E ci conosciamo poco perché siamo sempre ai primi passi del Vangelo. Abbiamo molta strada da fare. Speriamo di poterla fare insieme, qui sulla terra o in paradiso. Grazie.